Aldo Cervi

Aldo Cervi

Fonte: Istituto Cervi

Nome: 
Aldo
Cognome: 
Cervi
Luogo di nascita: 
Campegine
Provincia/Stato: 
Reggio Emilia
Data di nascita:
15
2
1909
Professione: 
Luogo di morte: 
Reggio Emilia
Data di morte:
28
12
1943
Note biografiche: 

Aldo Cervi nacque a Campegine, in provincia di Reggio Emilia, il 15 febbraio 1909, da Alcide e Genoeffa Cocconi, quartogenito (dopo una sorella nata morta) di una famiglia che si sarebbe allargata fino a contare sette figli maschi e due femmine. La coppia, che inizialmente abitava in una tipica struttura contadina con altri fratelli del padre, nel 1920 si spostò in un altro podere a Olmo, non molto distante dal precedente ma collocato nel comune di Gattatico, continuando a coltivare la terra a mezzadria. I genitori trasmisero un’educazione religiosa, intrisa di autentica solidarietà, ai figli. La madre Genoeffa si iscrisse subito all’Unione donne di Azione cattolica della nuova parrocchia, così come analogamente il padre Alcide, mentre continuò la militanza nella sezione di Campegine del Partito popolare italiano fin dalla costituzione nel dicembre del 1919, a Olmo si tesserò alla neonata Unione uomini. La famiglia ritornò nel 1925 a Campegine in un altro podere preso in affitto a mezzadria e C. si iscrisse al locale circolo della Gioventù italiana di Azione cattolica che, stando a una relazione dell’epoca, era «piccolo ma composto da elementi molto disciplinati», tra i quali egli probabilmente fu nominato presidente. Nel 1929 fu chiamato al servizio di leva, che svolse al 56° reggimento di fanteria a Conegliano, in provincia di Treviso. Nel gennaio del 1930, mentre montava di guardia, intimò a due persone irriconoscibili di arrestarsi e, non ricevendo risposta, come da consegna sparò, ferendo un sottufficiale che si era avvicinato con un altro graduato armato. Dopo una condanna a cinque anni, poi ridotta a tre dopo un nuovo processo che era stato imbastito per l’irregolarità del precedente procedimento, C. scontò la pena nel carcere di Gaeta, uscendo alcuni mesi prima della fine della detenzione inflittagli. All’«università del carcere», come accadde a molti della sua generazione, entrò in contatto con esponenti comunisti, che gli trasmisero i fondamenti del marxismo, poi approfonditi, ritornato a casa, da autodidatta per l’insaziabile desiderio di conoscenza al quale la madre l’aveva affinato. Nel 1934 la famiglia si trasferì di nuovo in un podere preso in affitto nella località Campi Rossi, nella frazione di Praticello del comune di Gattatico, abbandonando la condizione di mezzadria. Come affittuari, sperimentarono nuovi metodi e impiegarono moderne tecniche per migliorare la produzione agricola. L’acquisto di un trattore insieme a un mappamondo diventò il simbolo di questa rincorsa, che vide lo stesso C. girare per le fiere della zona, che diventarono anche l’occasione per il proselitismo antifascista. Nel frattempo, entrato in contatto con militanti della zona, collaborò attivamente al funzionamento di una biblioteca ambulante a Campegine per far circolare libri proibiti dal regime e per diffondere la stampa clandestina. Sentimentalmente, senza contrarre matrimonio, si legò a Verina Castagnetti, dalla quale nel 1940 nacque Antonietta e nel 1943 Adelmo, quando ormai la donna, in un gesto sicuramente di rottura rispetto alla tradizione, era stata accolta nella casa colonica della sempre più numerosa famiglia Cervi. L’attività antifascista si intensificò allo scoppio della guerra. Come avrebbe riportato durante l’interrogatorio lo stesso C., la vita lavorativa in continuo sviluppo e la cospirazione sempre più intensa si saldarono in una dimensione familiare: «Avevo anche da fare per la raccolta delle pelli bovine che venivano conciate in casa. [...] Il lavoro delle pelli era iniziato circa tre mesi or sono, di mia iniziativa, dato che tutti noi si conosceva il sistema per la concia [...]. Oltre il burro e le pelli bovine, anche i grassi di maiale erano oggetto di vendita su mercato nero. A questa produzione partecipava tutta la mia famiglia ed i compagni di fede che abbastanza spesso si avvicendavano in casa mia per sottrarsi a ricerche delle autorità». All’indomani della caduta del fascismo, la famiglia Cervi organizzò nella piazza del paese un’imponente mangiata di pastasciutta per la popolazione, come segno di gioia per la fine, che si rivelò fallace, della dittatura. La casa, dopo l’armistizio, diventò il rifugio per soldati sbandati, prigionieri alleati scappati dai campi di concentramento e uomini che rifiutarono di arruolarsi nella Repubblica sociale italiana ma anche la base per la banda composta dai sette fratelli con a capo Aldo, altri partigiani della zona e alcuni dei militari che avevano trovato ospitalità. Il gruppo iniziò la Resistenza nella pianura reggiana ma si portò anche sull’Appennino per cercare contatti, incontrando a Tapignola don Pasquino Borghi con il quale C. discusse anche di religione. Il 25 novembre casa Cervi fu circondata e data alle fiamme dai militi fascisti, che arrestarono tutti gli uomini presenti, compreso il padre, usciti con le mani alzate per salvaguardare donne e bambini. Portati al carcere dei Servi di Reggio Emilia, furono interrogati. C. si addossò inutilmente le responsabilità nella speranza di coprire i fratelli. In una lettera alla madre, scrisse: «Spero che gli altri ritorneranno a casa al più tardi a fine guerra e così io se ci sarò ancora, per me però non mi faccio illusioni ad ogni modo sto tranquillo e non mi do pensiero qualunque siano gli eventi». Dopo l’uccisione del segretario comunale di Bagnolo in Piano, Davide Onfiani, la Guardia nazionale repubblicana decise di procedere con una rappresaglia esemplare, che fino ad allora era stata bloccata. Il 28 dicembre 1943 i sette fratelli Cervi, insieme a Quarto Camurri, furono fucilati al poligono di tiro di Reggio Emilia. La notizia della morte arrivò ai familiari solo dopo alcuni giorni, mentre il padre, che riuscì a fuggire dal carcere in seguito al bombardamento di una parte della struttura, fu tenuto all’oscuro. A tutti i figli di Alcide fu conferita la medaglia d’argento al valor militare con la seguente, identica motivazione: «Appartenente ad una schiera di sette fratelli, che primi tra i primi, formando una squadra cementata dai vincoli del sangue e della fede nella rinascita d'Italia, iniziava l’impari lotta armata contro i nazifascisti. La sua casa, che fu asilo ai perseguitati politici e militari e fucina di ogni trama contro il nemico oppressore, veniva attaccata e incendiata e, dopo strenua difesa, i sette fratelli ridotti all’estremo limite di ogni resistenza venivano catturati, torturati e barbaramente trucidati. La fede ardente che li ha uniti in vita ed in morte ed il sacrificio affrontato con eroica, suprema fierezza, fanno di essi il simbolo imperituro di quanto possano l’amore di Patria e lo spirito di sacrificio».

Fonti e bibliografia: 
  • Alcide Cervi, I miei sette figli, a cura di R. Nicolai, Editori Riuniti, Roma 1955.
  • I Cervi. Scritti e documenti, Anpi, Reggio Emilia 1973.
  • Luciano Casali, Il trattore e il mappamondo. Storia e mito dei fratelli Cervi, in «Storia e problemi contemporanei», 21 (2008), 47, pp. 125-138.