Antonio Danieli

Antonio Danieli
Nome: 
Antonio
Cognome: 
Danieli
Nome di battaglia: 
Pino
Luogo di nascita: 
Pago
Provincia/Stato: 
Zara
Data di nascita:
27
7
1926
Professione: 
Luogo di morte: 
Vascon di Carbonera
Provincia/Stato morte: 
Treviso
Data di morte:
16
11
1944
Note biografiche: 

Antonio Danieli nacque sull’isola di Pago, appartenente alla regione zarantina e situata nella Dalmazia settentrionale, il 27 luglio 1926 da Alessandro e Antonia Pernar. Maggiore di sei fratelli di una famiglia di modeste condizioni economiche, crebbe nel luogo natale dove il padre, bracciante giornaliero, era emigrato già nel 1919 in cerca di fortuna. Negli anni giovanili D. si iscrisse al circolo locale della Giac e, dopo aver atteso agli studi elementari, frequentò le scuole industriali a Zara.
Alla dichiarazione dell’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, i genitori decisero di trasferirsi a Treviso e D., seppur ancora giovanissimo, volle abbandonare gli studi per mettersi a disposizione della famiglia e migliorarne le condizioni finanziarie. Dopo un breve periodo, venne assunto in qualità di apprendista meccanico in una officina situata nel centro cittadino. In questa nuova occupazione, fu raggiunto dalla notizia della caduta del regime fascista e, successivamente, da quella della firma dell’armistizio di Cassibile che poneva fine alle ostilità con le forze angloamericane.
Dopo l’8 settembre, dunque, decise di lasciare l’officina e di prendere contatti con alcuni esponenti del movimento resistenziale che andava sviluppandosi nella zona. Deciso a dedicarsi alla causa della lotta per la liberazione dall’occupante nazifascista, egli si inserì ben presto tra le fila di una formazione di patrioti del Trevigiano e assunse il nome di battaglia di «Pino». Seppur ancora diciottenne, D. si distinse durante i combattimenti ingaggiati con alcuni reparti tedeschi e, soprattutto, nelle azioni di sabotaggio per cui veniva sovente designato dai comandi partigiani, meritandosi peraltro un particolare elogio dal proprio comandante Vanin Corrado «Sparviero». Così è descritto il suo ingresso nella banda nella Relazione per la proposta di ricompensa, composta dal comandante di battaglione Antonio Sponchiando nel giugno del 1945: «Dopo un periodo di quattro mesi, durante i quali ricevette una severa preparazione alla lotta partigiana, veniva incorporato nella brigata d’assalto “G. Mazzini” con il nome di battaglia – Pino –. Partecipava con detta Brigata a numerose e rischiose azioni militari, le più importanti delle quali [vennero] citate pure nei vari bollettini di radio Londra».
Sfuggito, insieme ai suoi compagni, alle ampie operazioni di rastrellamento condotte dai nazifascisti nel corso del settembre 1944, il giovane decise di lasciare la formazione e scendere in pianura, dove tramite il contatto di una staffetta amica, si poté aggregare alla brigata Wladimiro Paoli, che operava nella zona tra Ponte di Piave e Spresiano.
La sera del 15 novembre del 1944 D. venne catturato, mentre cercava di raggiungere il suo gruppo in montagna, da una pattuglia del battaglione Barbarigo della X Mas di stanza a Maserada sul Piave. Vittima di un banale controllo ordinario, i militi della Rsi trovarono la rivoltella che tentava invano di nascondere e decisero, senza aspettare ordini dal comando, di condurlo «nell’osteria detta del Sotto Mancio in località Vascon di Carbonera» per sottoporlo a interrogatorio. Subito sospettato di attività partigiana, il ragazzo venne torturato e seviziato per diverse ore dai due aguzzini con lo scopo di indurlo a confessare la sua attività nella Resistenza e, quindi, le identità dei compagni di lotta. Pur duramente percosso e fatto oggetto di continue intimidazioni, egli non volle rivelare alcunché e, anzi, rispose con un ostinato silenzio anche davanti alla minaccia – poi posta in essere – di cavargli entrambi gli occhi con la punta della baionetta, limitandosi a gridare: «Sarete spazzati via, noi non moriremo mai. Viva l’Italia».
Nelle prime ore del giorno successivo i militi della X Mas, ormai resisi conto di non potergli strappare alcuna confessione e di non riuscire a ottenere le informazioni desiderate, trasportarono all’esterno il giovane e lo fucilarono davanti all’osteria. Il corpo senza vita di D. venne ritrovato dopo poco da alcuni contadini della zona con un cartello appoggiato al petto: «Partigiano della Brigata Mazzini giustiziato dalla X Mas». Nella relazione del comandante Sponchiado la sua morte venne descritta come quella di un «martire della propria idea, fucilato all’alba del giorno 15 [sic] novembre 1955 [sic] a Vascon di Carbonera, salvando i suoi compagni, che volendo poteva perdere».
Con decreto del presidente della Repubblica del 9 aprile 1949 e con nota nella «Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana» del 4 luglio 1950, alla memoria di D. venne decretata la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di partigiano combattente e la seguente motivazione: «Partigiano diciottenne si batteva valorosamente in montagna e in pianura senza mai risparmiarsi e sempre primo ove più ferveva la lotta. Partecipava a numerosi audaci colpi di mano e ad ardite azioni di sabotaggio, di esempio ai compagni per ardore combattivo e per supremo sprezzo del pericolo. Offertosi volontario per compiere una rischiosa missione in una zona controllata dal nemico, veniva catturato e sottoposto ad inumane sevizie perché denunciasse i nomi dei compagni di lotta. Le giovani carni furono dilaniate e bruciate con tizzi ardenti, i suoi occhi furono strappati col freddo acciaio delle baionette, ma dalla sua bocca non uscì che la sola invocazione per la Patria amata ed al grido di “Viva l’Italia!” offrì il sacrificio della sua giovane esistenza. Vascon di Carbonera, 16 novembre 1944».

Fonti e bibliografia: 
  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.
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