Franco Balbis

Franco Balbis

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Nome: 
Franco
Cognome: 
Balbis
Nome di battaglia: 
Francis
Luogo di nascita: 
Torino
Data di nascita:
16
10
1911
Professione: 
Luogo di morte: 
Torino
Data di morte:
5
4
1944
Note biografiche: 

Franco Balbis nacque a Torino il 16 ottobre 1911, unico figlio dei coniugi Fausto Balbis ed Ermelinda Garrone. Nei suoi anni giovanili trascorsi nel capoluogo piemontese, dove i genitori lavoravano entrambi come insegnanti, si iscrisse alla Congregazione mariana.
Trasferitosi con sua famiglia, nel periodo compreso tra il 1924 e il 1930 frequentò l’istituto dei Salesiani nel comune di Alassio, in provincia di Savona, quindi il liceo classico Andrea d’Oria a Genova.
Conclusi gli studi, B. decise di arruolarsi nel regio esercito e fu ammesso come allievo al corso per ufficiali all’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino dove venne nominato, nel 1932, sottotenente d’artiglieria in servizio permanente effettivo. Dopo aver trascorso due anni, dal 1933 al 1935, alla Scuola di applicazione, ottenne la qualifica di tenente e fu assegnato all’VIII Reggimento artiglieria “Pasubio” divisione fanteria, di stanza a Verona.
Il 26 novembre 1935 venne ammesso a frequentare i corsi all’Istituto superiore di guerra e si vide assegnato al servizio di Stato maggiore nel 1941. Nel febbraio dello stesso anno fece domanda per raggiungere come volontario i reparti che si trovavano in Africa settentrionale, venendo aggregato alla 17ª Divisione fanteria “Pavia” e in ottobre ottenne la promozione a capitano. Con questa qualifica, tra il dicembre 1941 e il novembre 1942, prese parte alla campagna del Nordafrica che vedeva le divisioni italiane affiancate al Deutsches Afrikakorps, guidato dal generale Erwin Rommel. B. si distinse per capacità e audacia nei combattimenti che caratterizzarono le battaglie nelle città di Ain El Gazala ed El Alamein. Al termine dell’avanzata, grazie ai meriti conseguiti sul campo, venne spostato al Comando della 101ª Divisione motorizzata “Trieste”.
Richiamato in Italia nel corso del marzo 1943, venne decorato con una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare e due croci di ferro tedesche, di prima e seconda classe, consegnategli direttamente dal generale Rommel. Nel maggio dello stesso anno venne inviato nel fronte orientale, inserito nel Comando del V Corpo d’armata di stanza a Cirquenizza, in Croazia.
Raggiunto dalla notizia dell’armistizio firmato l’8 settembre 1943, decise di tornare immediatamente a Torino e, come ebbe a dichiarare al momento della sua cattura circa un anno più tardi, «non ritenni di presentarmi al locale comando provinciale perché non intendevo servire la Rsi». Compiuta questa scelta, decise di unirsi ai primi gruppi partigiani che andavano formandosi nella zona ed entrò a far parte del primo Comitato militare regionale piemontese, assumendo il nome di battaglia di «Francis».
Attivo fin da subito in delicati compiti di controspionaggio e di collegamento tra i vari gruppi della zona, nel febbraio del 1944 assunse il ruolo di coordinatore delle divisioni partigiane, divenendo una delle personalità più attive nella Resistenza piemontese. Fu proprio questa serie di delicati e pericolosi incarichi che pose B. al centro dell’attenzione delle forze nazifasciste fino a quando, il 31 marzo 1944, venne catturato e posto in stato di arresto da una banda della Federazione dei fasci repubblicani all’interno della sagrestia del Duomo di Torino dove, assieme ai suoi compagni e con il consenso dell’arcivescovo, stava preparando una riunione del Cmrp.
Il processo ai danni di B. e degli altri partigiani si tenne, per ferma volontà di Mussolini, nei giorni 2 e 3 aprile del 1944 presso la Corte d’assise di Torino. Il verbale di notifica dell’atto di accusa prodotto dal Tribunale speciale per la difesa dello stato venne firmato dal cancelliere militare ten. Paolo Lodi e consegnatogli lo stesso 2 aprile. Fu nel corso del primo dibattimento che B. rifiutò sdegnosamente l’offerta proveniente dai fascisti che, riconoscendogli il suo valoroso passato militare confermato dalle medaglie assegnategli nel corso della campagna africana, gli chiesero di entrare a far parte dello Stato maggiore dell’esercito repubblichino, proponendogli un possibile avanzamento di grado. Quando il presidente del tribunale gli domandò il motivo per il quale non avesse accettato questa possibilità di salvezza, egli rispose rinnovando la propria fedeltà al giuramento fatto al Re: «Io ho dato tutto per la mia patria. Ho camminato sempre sulla linea dell’onore, non ho mai dimenticato l’ideale del soldato e perciò il mio giuramento».
Al termine del processo venne condannato a morte dal tribunale presieduto dal generale Umberto Rossi e fucilato il 5 aprile nel poligono nazionale del Martinetto di Torino, sito in corso Svizzera, da un plotone di esecuzione formato da militi della Guardia nazionale repubblicana. A nulla valse la domanda di grazia presentata al termine dell’udienza del 3 aprile al «capo della Rsi» dal suo difensore, l’avvocato Aldo Bertelè, nella quale veniva ricordato il suo passato di valoroso combattente nel regio esercito e le decorazioni meritate durante la sua carriera militare, chiedendo per B. una onorevole riabilitazione o, in alternativa, una morte da soldato. La richiesta venne rifiutata il giorno stesso dal generale di brigata comandante Alfredo Valletti-Borgnini, il quale riconfermò l’ordine che la sentenza venisse eseguita. Contrariamente ai suoi compagni, fino all’ultimo non fece domanda per entrare nelle file delle forze fasciste, preferendo la conferma della sua condanna.
Nell’ultimo giorno trascorso in vita, il 5 aprile 1944, dopo aver scritto due lettere indirizzate ai genitori – in cui peraltro sottolineava come: «non avrei creduto che fosse così facile morire» – lasciava un ultimo scritto che può essere considerato il suo testamento morale: «La Divina Provvidenza non ha concesso che io offrissi all’Italia sui campi d’Africa quella vita che ho dedicato alla Patria il giorno in cui vestii per la prima volta il grigioverde. Iddio mi permette oggi di dare l’olocausto supremo di tutto me stesso all’Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice! Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero. Lascio nello strazio e nella tragedia dell’ora presente i miei Genitori, da cui ho imparato come si vive, si combatte e si muore; li raccomando alla bontà di tutti quelli che in terra mi hanno voluto bene. Desidero che vengano annualmente celebrate, in una chiesa delle colline torinesi due messe: una il 4 dicembre anniversario della battaglia di Ain El Gazala; l’altra il 9 novembre, anniversario della battaglia di El Alamein; e siano dedicate e celebrate per tutti i miei Compagni d’armi, che in terra d’Africa hanno dato la vita per la nostra indimenticabile Italia. Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura. Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta. Possa il mio grido di “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice!».
Nel verbale di esecuzione di condanna che venne redatto dal tribunale il giorno 5 aprile, il cancelliere Lodi riportò le ultime dichiarazioni dell’imputato B., che seguirono la lettura della sentenza e il successivo provvedimento di rifiuto dell’istanza di grazia, nelle quali il condannato dichiarò: «Viva l’Italia libera!».
L’ordine di esecuzione della condanna venne dato al plotone il giorno 5 aprile alle ore 7,10, alla presenza del dottor tenente Luigi Starace e del cappellano padre Carlo Masera, come riporta il verbale del procedimento. L’ultimo desiderio espresso dall’imputato fu quello di poter firmare la cassa preparata per il suo corpo per fare in modo che il padre non dovesse cercarlo tra le salme degli altri sette partigiani che morirono insieme a lui.
Alla memoria di B. venne conferita la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di Capitano in s.p.e di artiglieria e partigiano combattente, con la seguente motivazione: «Magnifica figura di soldato e di partigiano, subito dopo l'armistizio assumeva la consulenza tecnica del primo Comitato militare piemontese e la direzione di attività di combattimento, prodigandosi con completa dedizione, con illuminata perizia e con superbo sprezzo del pericolo. Catturato, sottoposto a giudizio e condannato a morte, manteneva durante gli strazianti interrogatori e durante tutto il processo il contegno dei forti, ed affrontava con fierezza il plotone di esecuzione cadendo al grido di “Viva l'Italia!”. Fulgida figura di patriota assunto, con l'offerta della propria vita, al cielo degli eroi d’Italia. Torino, 5 aprile 1944».

Fonti e bibliografia: 
  • Insmli, Fondo Malvezzi Piero, Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea, b. 6, fasc. 12.
  • Istoreto, Fondo Chiara Luisa Mengani/Franco Balbis, b. A MC 1, f. 3; b. A MC 3, fasc. 8; Fondi originari, Documenti vari, b. Org. sez. 1 C 76, fasc. c.
  • Isacem, Giac, b. 778, fasc. Materiale per la mostra della Resistenza (1954-1955), Righini, b. 26, fasc. 4.
  • Giulio Del Signore, Commemorazione del martire Franco Balbis, capitano d'artiglieria in servizio di Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano, tenuta dal comm. Giulio Del Signore in Cavoretto la sera del 22 settembre 1945 e in riassunto diffusa all'Eiar il 2 novembre 1945, Stamp. Roggero&Tortia, Torino 1945.
  • Alessandro Tollari (a cura di), «A dir le mie virtù basta un sorriso»: Franco Balbis e la campagna in Africa settentrionale nelle lettere ai genitori, febbraio 1941-marzo 1943, Consiglio regionale del Piemonte, Torino 2015.
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