Giovanni Venturini

Giovanni Venturini

Fonte: Pro loco Corteno Golgi

Nome: 
Giovanni
Cognome: 
Venturini
Nome di battaglia: 
Tambìa
Luogo di nascita: 
Corteno Golgi
Provincia/Stato: 
Brescia
Data di nascita:
20
3
1916
Professione: 
Luogo di morte: 
Mù di Edolo
Provincia/Stato morte: 
Brescia
Data di morte:
11
4
1945
Note biografiche: 

Giovanni Venturini nacque a Corteno Golgi, piccolo comune in provincia di Brescia, il 20 marzo del 1916. Insieme alla famiglia si trasferì fin dai primi anni di vita a Genova dove, iscrittosi all’Istituto salesiano, attese agli studi elementari e medi. Nel corso di questi anni, inoltre, prese parte alle attività dell’associazione interna di Azione cattolica presente nell’istituto e, come testimoniato dal parroco di Corteno Golgi, quando faceva ritorno al paese natale era solito prendere contatti anche con il locale circolo Giac partecipando «alle riunioni che di tanto in tanto si tenevano presso la casa del Curato». Al termine delle scuole medie, si iscrisse al primo anno del corso di avviamento al lavoro di falegname e intraprese il mestiere di ebanista come allievo di bottega.
Nel 1937 fu richiamato alle armi per assolvere gli obblighi di leva e si vide assegnato al gruppo Vicenza del 2° reggimento del corpo degli Alpini. Nel settembre 1938, dopo il periodo di formazione militare, venne posto in congedo. Fatto ritorno a casa e ripreso il lavoro, un anno dopo dovette rispondere a una nuova chiamata per un periodo di istruzione ma, visto il contestuale ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, fu costretto a rimanere nel ruolo perché mobilitato nel reparto artiglieria alpina della divisione Tridentina. Prese dunque parte alle operazioni sul fronte alpino occidentale e, nel settembre del 1940, si vide destinato in Albania. Combatté quindi in Grecia e nel maggio del 1941 si vide promosso al grado di caporale. Rimpatriato nel luglio 1941, partì il 2 agosto 1942 con il corpo di spedizione dell’Armata italiana in Russia (Armir), in appoggio alle forze tedesche della Wehrmacht. Condividendo con i commilitoni la tragica ritirata successiva alla controffensiva dell’esercito sovietico, V. fece ritorno in patria all’inizio del 1943 con un congelamento di 2° grado ai piedi – dovuto sostanzialmente all’inadeguatezza dell’equipaggiamento in dotazione al contingente italiano – e una grave ferita alla coscia subita durante un combattimento e fu spedito per il ricovero all’ospedale militare di Imola.
Sbandatosi in seguito all’annuncio della firma dell’armistizio di Cassibile, decise di far ritorno a Corteno per raggiungere i familiari. Nel corso delle giornate trascorse nel paese natio ebbe modo di prendere contatti con il movimento resistenziale che si andava costituendo nella zona e, vista la durezza dell’occupazione tedesca, decise di impegnarsi attivamente nella formazione dei primi gruppi delle Fiamme Verdi nel territorio dell’alta Valcamonica. Vista la menomazione fisica che non gli permetteva l’impiego nella guerriglia, egli diede un fondamentale contributo nell’attività di rifornimento di armi e munizioni, oltre che al coordinamento dei collegamenti con le altre bande della zona e con il locale Cln. A questa opera, svolta sotto il nome di battaglia di «Tambìa», fece sempre corrispondere la sua presenza sul campo di battaglia, come durante la prima battaglia del Mortirolo in cui operò come responsabile dei servizi logistici. Nell’autunno del 1944 la sua formazione partigiana assunse il nome di brigata Schivardi, in memoria di Antonio Schivardi – socio della Giac di Corteno e medaglia d’oro al valor militare – animatore della Resistenza in Valcamonica e morto nell’agosto di quell’anno nel corso di un duro combattimento contro le soverchianti truppe tedesche.
Nel pomeriggio del 26 febbraio 1945 V. venne sorpreso da una pattuglia di militi della Guardia nazionale repubblicana della legione Tagliamento, impegnata in una vastissima operazione di rastrellamento per individuare i capi della Resistenza nella zona e fiaccare il morale delle bande partigiane. Trovato in possesso di documenti compromettenti, fu posto in stato di arresto e condotto nella colonia alpina di Corteno, dove subì torture e sevizie allo scopo di estorcergli informazioni utili all’identificazione dei compagni e dei responsabili del movimento resistenziale. Pur sottoposto a percosse e menomazioni fisiche, egli decise di trincerarsi dietro a un ostinato silenzio e, anzi, di addossare a sé ogni capo di imputazione mossogli dai suoi aguzzini. Il 10 marzo successivo fu trasferito nelle carceri di Edolo, dove rimase per circa un mese in attesa di conoscere il suo destino. In questo periodo ebbe modo di scrivere un biglietto alla madre Maria Chiodi, che riuscì ad affidare al parroco di Edolo, don Cipriano Passeri, nel quale scrisse: «Cara mamma, perdonami se involontariamente ti ho fatto soffrire. Ti raccomando, sii forte come sei sempre stata quando ero lontano in guerra e prega per me perché sia sempre più forte. Ormai sono ridotto a misera cosa, non sono più un uomo e qualche volta piango dal dolore dei miei piedi che non mi serviranno più. Pazienza, sono rassegnato! Si vede che anche questo era scritto nel libro della mia vita. Perdono a tutti ed auguro a nessuno quello che ho sofferto e soffro io, nemmeno a chi lo ha fatto a me, nemmeno alle bestie. Grazie del bene che mi hai fatto, perdonami dei dispiaceri che ti ho dato. Prega sempre per me e saluta i parenti e gli amici che mi furono cari e che ricordo sempre. Addio. Ti bacia il tuo Gianni».
L’11 aprile 1945, senza regolare processo, V. venne condotto davanti alle mura del cimitero della frazione di Mù di Edolo e fucilato da un plotone composto da giovanissimi militi della Rsi verso i quali, prima di riceve la scarica mortale, volle esprimere parole di indulgenza: «Sparate! Fate il vostro dovere. Io vi perdono e vi auguro la felicità su questa terra; io la godrò in cielo. Sparate! Viva l’Italia! Viva Cristo Re!».
Alla memoria del suo sacrificio, l’11 luglio del 1972 venne decretata la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di soldato di artiglieria alpina e partigiano combattente con la seguente motivazione: «Già graduato di artiglieria alpina, pur menomato nel fisico per postumi di ferita con congelamento riportato sul fronte russo, era tra i primi organizzatori ed animatori del fronte clandestino in Val Camonica, ove per diciassette mesi fu guida ideale della Resistenza. Arrestato e sottoposto ad atroci inenarrabili tormenti, sublime esempio di dedizione alla causa e di incrollabile forza morale, sacrificava la vita per nulla rivelare dell’attività partigiana e delle sistemazioni difensive delle Fiamme Verdi operanti nella Resistenza sul Mortirolo. Assumendo su di sé l’intera responsabilità dell’organizzazione clandestina locale, innanzi al plotone di esecuzione, orrendamente mutilato, si imponeva all’ammirazione degli astanti, rivolgendo ai suoi uccisori parole di perdono ed ai partigiani con lui morituri parole di fede nella vittoria. Cadeva inneggiando all’Italia ed alla Fede. Corteno - Alta Val Camonica - Mù di Edolo, settembre 1943 - 11 aprile 1945».

Fonti e bibliografia: 
  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4
  • Arec, b. 54, fasc. 1.
  • Giacomo Bianchi, Personaggi di Ceppo Cortenese, Editrice Pavoniana, Brescia 1973, pp. 90-93.
  • Venturini Giovanni, in Pietro Secchia (a cura di), Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, vol. VI, T-Z e appendice, La Pietra, Milano 1989, p. 345.
  • Rolando Anni, Dizionario della Resistenza bresciana, Morcelliana, Brescia 2008, pp. 385-386.
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