Giuseppe Virginio Arzani

Giuseppe Virginio Arzani

Immagine: Anpi Alessandria

Nome: 
Giuseppe Virginio
Cognome: 
Arzani
Nome di battaglia: 
Chicchirichì
Luogo di nascita: 
Genova
Data di nascita:
31
3
1922
Professione: 
Luogo di morte: 
Cerreto di Zerba
Provincia/Stato morte: 
Piacenza
Data di morte:
29
8
1944
Note biografiche: 

Giuseppe Virginio Arzani nacque a Genova il 31 marzo 1922, unico figlio di Eugenio, operaio, e Giuseppina Grillo, sarta. I genitori, di modeste condizioni economiche, erano originari di Viguzzolo, in provincia di Alessandria, ma nel corso della loro vita si dovettero trasferire nel quartiere Marassi di Genova visto che Eugenio, dopo averne fatto richiesta, era stato assunto come tranviere nel capoluogo ligure.
Fu proprio in questa città che A. visse gli anni giovanili nei quali, tra l’altro, ebbe la possibilità di inserirsi tra le fila dei soci del circolo Giac presente nei locali della chiesa di Santa Margherita del quartiere dove viveva. Particolarmente avvezzo alla pratica dello sport e allo studio, dopo gli studi elementari decise di proseguire la sua carriera scolastica iscrivendosi all’istituto magistrale di Genova e, al termine degli anni previsti, ottenne il diploma da maestro. Nell’ottobre del 1941, infine, sostenendo un esame integrativo, riuscì a conseguire la maturità presso il liceo San Nicola.
Avendo il desiderio di entrare a far parte dell’esercito, anche nella speranza di migliorare la propria condizione sociale, si iscrisse all’Accademia di Modena, lasciando a Genova la fidanzata Paolina Aldrighi. Nel periodo trascorso in questa occupazione, dunque, volle iscriversi e prendere parte alle attività della locale Giac, pur rimanendo fortemente legato a quella della sua città natale. Terminato il corso di formazione militare, venne nominato sottotenente in servizio permanente effettivo del corpo dei bersaglieri e assegnato al gruppo di fanteria. Il 20 agosto del 1943, dopo aver visto la caduta del regime, A. fu destinato al 4° reggimento di stanza a Parma.
Alla notizia della firma dell’armistizio dell’8 settembre, si trovò presso la scuola di applicazione di fanteria e decise di far ritorno nel paese natale dei genitori, Viguzzolo. Raggiunta la meta, A. decise di entrare a far parte del movimento resistenziale che andava costituendosi nella zona, ponendosi alla guida di una delle prime bande che si stavano formando. Anche attraverso una fitta rete di contatti che egli instaurò con alcuni suoi compagni di infanzia, riuscì a stabilire un collegamento diretto con Giuseppe Bernardelli «Claudio», ufficiale dell’aeronautica militare che era occupato come osservatore topografico all’aeroporto militare di Cameri, e Franco Anselmi «Marco». Ancora nel dicembre 1943, dunque, si trovava a Viguzzolo dove era impegnato nel tentativo di coordinare le forze partigiane e organizzare le formazioni per contrastare l’occupazione delle truppe tedesche.
Nei primi mesi del nuovo anno decise di raggiungere la banda partigiana guidata da «Marco» a Dernice, in provincia di Alessandria. Fu durante la permanenza in questa formazione che assunse il nome di battaglia di «Chicchirichì», forse derivato dall’abitudine di svegliarsi molto presto al mattino o, secondo altre testimonianze, dal periodo trascorso nel corpo dei bersaglieri, con un richiamo alle piume presenti nel cappello tipico di quel corpo. In realtà non vi è certezza nemmeno sulla corretta scrittura del nome visto che nei documenti redatti non è difficile imbattersi anche nella forma «Kikirikì».
All’ingrossarsi delle fila della Resistenza nell’alessandrino, si decise di creare un nuovo distaccamento in cui far confluire diversi membri della banda guidata da «Marco», ormai divenuta troppo numerosa: il comando fu affidato proprio ad A. Alla testa di questo nuovo gruppo, al quale si aggiunse il commissario politico «Tullio», si spostò nella zona di Rivarossa, in provincia di Torino. Tra le prime operazioni che decise di organizzare vi furono diverse sortite contro pattuglie di soldati tedeschi e militi della Rsi per riuscire a colmare l’endemica penuria di armi e munizioni che caratterizzava le formazioni partigiane; quelle in cui si distinse maggiormente, invece, furono l’assalto alla caserma tedesca di Sarezzano, dove peraltro fu ferito, e il duro scontro contro le forze nazifasciste a Tortona, a seguito di un’azione di liberazione di un gruppo di partigiani che erano stati fatti prigionieri, dove rimase nuovamente ferito.
Il 20 agosto del 1944 la banda di A. fu tra quelle che si impegnarono in una massiccia operazione nella zona della Val Trebbia, allo scopo di difendere l’ampia striscia di territorio del Ponte del Carmine, posta tra le località di Peruso e Borghetto, che era stata presa d’assalto da preponderanti forze tedesche in una vasta campagna di rastrellamento. Quattro giorni più tardi si diede avvio ai combattimenti nell’alessandrino, aprendo un fronte di battaglia che avrebbe dovuto impegnare i nazifascisti in più combattimenti, non permettendogli di ingaggiare lo scontro con la totalità degli effettivi a disposizione. Fu durante questa complessa azione che egli diede un grosso contributo affinché i vari reparti operanti attaccassero in maniera coordinata, senza lasciare il fianco scoperto alle incursioni nemiche, chiedendo peraltro che il suo gruppo fosse impegnato in tutti i suoi componenti, comprese le reclute da poco giunte in montagna. Nei suoi continui spostamenti da una zona all’altra, venne raggiunto da una scheggia di mortaio che lo ferì alla gamba destra, costringendolo a richiedere l’ausilio del personale medico. Contrariamente a quanto consigliatogli, egli rifiutò categoricamente di fermarsi per ricevere le cure necessarie, perché questo lo avrebbe costretto a lasciare i suoi compagni senza guida durante le fasi cruciali di una giornata così difficile.
Al termine della battaglia, A. venne trasferito a Borgo Adorno dove era stato organizzato un ospedale da campo. Successivamente trasportato, insieme ad altri compagni, a Pertuso per essere adeguatamente curato e rimesso in piedi, il 29 agosto venne raggiunto dalla retata di una pattuglia di militi tedeschi e posto in stato di arresto. Duramente interrogato e seviziato, non rivelò i nomi dei suoi compagni e non diede qualsivoglia informazione sulle bande partigiane, ma si limitò a denunciare la sua posizione di comandante di distaccamento per assumersi le proprie responsabilità e, per questo motivo, venne preso e spedito nelle retrovie nella zona di Cerreto di Zerba.
Giunti nel nuovo luogo di prigionia, senza subire regolare processo e ulteriori interrogatori da parte delle pubbliche autorità, A. e i suoi compagni vennero condannati alla fucilazione e posti sotto la supervisione di ufficiali della Rsi che avrebbero dovuto presiedere l’esecuzione. Alla domanda del comandante del plotone se avesse un ultimo desiderio, il giovane genovese chiese di poter scrivere una lettera ai suoi genitori e, vistosi negata questa possibilità, gridò in maniera sprezzante ai suoi aguzzini, che esitavano a procedere: «Vigliacchi, uccideteci!». A. venne dunque condotto in un campo appena fuori Zerba e trucidato, insieme ai suoi compagni, con diverse scariche di mitra e, al fine di rendere irriconoscibili i corpi, l’utilizzo di diverse bombe a mano.
Alla notizia della morte di A., in memoria del sacrificio, i partigiani della formazione che aveva comandato decisero di dare il suo nome a una brigata della Divisione Cichero.
Nel 1954 il presidente della Repubblica Luigi Einaudi firmò il decreto di assegnazione della medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di sottotenente in servizio permanente effettivo del reparto fanteria e partigiano combattente con la seguente motivazione: «Subito dopo l’armistizio, con fedeltà e con decisione, intraprendeva la lotta di liberazione dimostrando di possedere belle doti come animatore e come organizzatore e ripetutamente distinguendosi, in combattimento, per prontezza di decisione e personale valore. Meritano particolare menzione le azioni condotte alla testa del suo distaccamento, a Sarezzano, contro una caserma tedesca, riportando una prima ferita e nei pressi di Tortona, liberando alcuni dei suoi uomini tratti prigionieri e venendo nuovamente ferito. Alla fine di agosto 1944 difendeva strenuamente per tre giorni la stretta di Pertuso in Val Barbera, trattenendo importanti forze avviate in rastrellamento nella zona. Gravemente ferito ad un ginocchio disponeva per un ordinato ripiegamento per resistenze successive, dirigendo di persona le azioni dalla barella e rifiutando, più volte, di farsi sgombrare al sicuro. Coinvolto nella lotta ravvicinata cadeva in mani nemiche e con fermo e nobile cuore rifiutava di fornire notizie rivendicando la sua fede. Vilmente trucidato sulla sua barella chiudeva da prode la giovane vita generosamente prodigata per gli ideali di fedeltà e di Patria. Cerreto di Zerba (Piacenza), 29 agosto 1944».

Fonti e bibliografia: 
  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.
  • Giuseppe Bernadelli, Per Kikiriki, Rossi, Tortona 1945.
  • Alessandro Semini, Chicchirichì (Giuseppe Virginio Arzani) non canta più, in «Patria indipendente», 2 (1981), 18, p. 18.
  • Graziella Gaballo, Pierluigi Pernigotti, Il canto di Chicchirichì: Virginio Arzani 1922-1944, Le Mani-Microart’S, Recco 2001.
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