Pierino Celetto

Pierino Celetto

Fonte: Fototeca dei Civici musei e gallerie di storia e arte, Erpac

Nome: 
Pierino
Cognome: 
Celetto
Nome di battaglia: 
Mazzini
Luogo di nascita: 
Gemona del Friuli
Provincia/Stato: 
Udine
Data di nascita:
30
3
1924
Luogo di morte: 
Attimis
Provincia/Stato morte: 
Udine
Data di morte:
29
9
1944
Note biografiche: 

Pierino Celetto nacque a Gemona del Friuli, in provincia di Udine, il 30 marzo 1924 da Vittorio e Cesira Rigardi.
Trascorse gli anni giovanili insieme alla sua famiglia nella città natale dove ebbe modo, nel corso del tempo, di frequentare le scuole elementari e medie presso gli istituti della comunità dei Padri Stimmatini. Fu in questo periodo che egli, grazie anche alla solida formazione cristiana ricevuta nell’ambiente familiare, decise di inserirsi come socio tra le fila del circolo Giac Aristide Benedetti, attivo a Gemona.
Per attendere agli studi superiori, invece, dovette spostarsi al liceo scientifico Giovanni Marinelli di Udine e, al conseguimento del diploma, si iscrisse alla Facoltà di Scienze politiche presso l’Università degli studi di Trieste. Per mantenersi gli studi presso l’ateneo e per non gravare ulteriormente sulle finanze della famiglia, ottenne una cattedra da supplente nella scuola tecnica industriale di Gemona. In questa occupazione venne raggiunto dalle notizie della caduta del regime e dalla successiva firma dell’armistizio di Cassibile, che metteva termine al conflitto con gli angloamericani.
Richiamato alle armi, insieme alla sua classe di leva, dai diversi bandi emanati dal generale Rodolfo Graziani, nuovo ministro della Difesa della neonata Rsi, nel corso del luglio del 1944 C. scelse di non presentarsi in caserma per il periodo di formazione e di unirsi a una banda partigiana della brigata Osoppo Friuli che si era costituita a Pielungo, in provincia di Pordenone, assumendo il nome di battaglia di «Mazzini». Dopo pochi giorni, però, il suo gruppo venne raggiunto da un plotone di militi tedeschi che, impegnati in una vasta opera di rastrellamento della zona, riuscì a disperdere i partigiani costringendoli a una rapida ritirata.
C. decise dunque di rientrare nel suo paese natale e, trascorse alcune settimane, di raggiungere insieme ad alcuni compagni la conca di Ledis, dietro il monte Chiampòn, dando vita al battaglione Prealpi, inquadrato nella I Brigata Osoppo Friuli. La formazione si fece ben presto conoscere e, visto il forte legame che gli uomini avevano con il territorio nel quale operavano, vennero raggiunti da altri giovani renitenti alla leva e da ex militari sbandati che da tempo vivevano alla macchia. Questo permise all’unità, alla testa della quale si pose proprio C., di ingrossare le proprie fila e prendere parte a operazioni sempre più audaci, segnalandosi come una delle più attive nel circondario di Gemona.
Dopo vari scontri minori nella zona di Savalons, nel settembre del 1944 ebbe luogo una dura battaglia con alcuni reparti tedeschi che tentarono di occupare gli ultimi baluardi della Resistenza ancora presenti in Friuli. Tra il 27 e il 29 di quel mese, dunque, l’offensiva condotta dal comando germanico venne organizzata in modo da poter contare su una poderosa superiorità numerica e sull’utilizzo intensivo di artiglieria, che aveva il precipuo scopo di fiaccare il morale dei partigiani ancor prima dello scontro frontale sul campo. Il battaglione Prealpi, il cui comando C. aveva ceduto assumendo le funzioni di commissario politico dell’unità, fu tra i primi a ingaggiare battaglia e dovette ben presto ripiegare per raggiungere i monti retrostanti, ponendo il proprio comando in località Subit, piccola frazione del comune di Attimis.
Riorganizzate le fila del proprio battaglione, C. guidò un gruppo di compagni nel tentativo di recuperare alcune posizioni perse nel corso della veloce ritirata che caratterizzò le prime fasi del combattimento. Condotta in porto l’operazione, riuscì ad assicurarsi una posizione sopraelevata nella quale, insieme ai suoi uomini, collocò una mitragliatrice fissa con la quale cominciò a colpire ai fianchi le truppe tedesche che, nel frattempo, dovevano impegnarsi anche nella conduzione dell’offensiva. Nonostante questo, il giovane dovette ben presto rendersi conto che la volontà di spingersi il più avanti possibile nel fronte coperto dai nemici aveva reso la formazione un obiettivo facilmente individuabile dai reparti germanici che, infatti, cominciarono a farlo oggetto di fuoco incrociato.
In questa difficile situazione, C. riuscì a resistere per circa due ore e, seppur colpito gravemente a una gamba, insistette nella determinazione di non lasciare la propria postazione e continuò nel suo compito. Quando l’emorragia divenne più grave e il dolore irresistibile, si decise a lasciare l’arma nelle mani di un compagno e a raggiungere le retrovie per ricevere le cure minime necessarie. La mattina successiva, quando la linea difensiva delle formazioni partigiane era ormai stata spezzata dalle preponderanti forze tedesche, egli tentò di guidare un gruppo di compagni per occupare nuovi posizioni verso nord e approntare una nuova resistenza nella zona di Costalunga. In questa azione, tuttavia, il piccolo contingente venne raggiunto dal fuoco dei mortai nemici e C. fu raggiunto da una granata che lo lasciò a terra con una ferita alla schiena e le gambe paralizzate. Compresa la gravità della situazione, i suoi compagni lo prepararono per trasportarlo presso l’ospedale da campo, ma egli rifiutò categoricamente di rallentare la loro marcia e volle essere lasciato sul terreno della battaglia dove, dopo pochi minuti, spirò.
Nel 1951, alla memoria del sacrificio di C., venne decretata la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di partigiano combattente con la seguente motivazione: «Giovane ventenne animato da alto amore di Patria, vivificò con il suo ardore combattivo e con una capacità organizzativa, degna di età più matura, la resistenza partigiana nel Friuli, ricoprendo incarichi di responsabilità e di comando. Impegnato con la sua formazione in duro combattimento contro preponderanti forze nemiche e seriamente ferito ad una gamba, continuò a combattere in posto e solo più tardi consentì a farsi medicare. Febbricitante ed indebolito dalla perdita di sangue, volle tornare dopo poche ore al combattimento, animando la resistenza dei partigiani. Colpito nuovamente e mortalmente, rifiutò ogni soccorso ed ogni speranza e chiese di morire sulla linea del fuoco, dicendosi contento di avere operato per la Italia e per il suo onore. La sicurezza della sua fede e la luce del suo sacrificio brillano esemplari per tutti i combattenti e per i giovani in particolar modo. Subiit-Valle, 27-29 settembre 1944».

Fonti e bibliografia: 
  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4; Giac, b. 778, fasc. Materiale per la mostra della Resistenza.
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