Croce Carlo

Immagine: Wikipedia
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Nome: Carlo
Cognome: Croce
Nome di battaglia: Giustizia
Luogo di nascita: Milano
Data di nascita: 15/04/1892
Luogo di morte: Bergamo
Data di morte: 24/07/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Carlo Croce nacque a Milano il 15 aprile 1892 da Gaetano e Maria Ferri.

Fin da giovane intraprese la carriera militare, arruolandosi nel regio esercito come soldato di leva e ottenendo il congedo all’età di vent’anni, il 4 giugno 1912. Pochi mesi più tardi, il 5 agosto, venne richiamato in servizio e assegnato al 5° reggimento bersaglieri. Le sue capacità gli permisero di ottenere diverse promozioni sul campo: venne infatti dapprima nominato caporale e, non molto tempo dopo, assunse il grado di caporale maggiore nel dicembre 1913 e di sergente nell’ottobre dell’anno successivo. Con questa qualifica accolse, il 24 maggio 1915, l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale. La sua brillante carriera nell’esercito proseguì con un’ulteriore promozione a sottotenente di complemento nel corso del dicembre 1915, periodo nel quale C. si vide assegnato al 6° reggimento bersaglieri. Nel corso della guerra fu poi ancora tenente dal 29 dicembre 1916 e, dopo aver lasciato il fronte nel corso del 1917 a causa di una grave ferita subita nei combattimenti presso il Monte Cappuccino sul Carso, nominato capitano dal 1° agosto 1918.

Ottenuto il congedo al termine del conflitto, ritornò a Milano dove decise di mettersi in proprio e avviare un’attività industriale nel settore dei presidi per disabili. In questi anni di relativa tranquillità si iscrisse alla sezione Laureati di Ac del capoluogo lombardo. Durante gli anni del regime, essendo proprietario di un’attività commerciale, gli venne assegnata e spedita la tessera del partito fascista. C. rifiutò tale imposizione e decise di riconsegnarla personalmente all’ufficio della Federazione del fascio di Milano dal quale gli era stata inviata.

Frequentò un corso per ufficiali divenendo primo capitano il 26 dicembre 1930, quindi maggiore il 22 febbraio 1939. Venne richiamato in servizio per partecipare alla campagna di Russia e, dopo un addestramento di tre mesi, partì il 13 giugno 1942 per il fronte orientale al seguito del Csir, il contingente italiano inviato a sostegno delle armate tedesche impegnate nell’operazione Barbarossa, venendo assegnato alla seconda base tradotti militari. Nel corso del gennaio 1943, però, dovette rientrare in patria a seguito della disfatta subita dall’armata italiana e la tragica ritirata che ne conseguì. Il 23 marzo dello stesso anno, per i meriti acquisiti in terra russa, venne ulteriormente promosso al grado di tenente colonnello.

Dal mese di agosto gli fu affidato il comando del presidio di Porto Valtravaglia, sito sul Lago Maggiore. Fu nell’espletamento delle funzioni di questo nuovo incarico che venne raggiunto dalla notizia della firma dell’armistizio dell’8 settembre, dovendo assistere inerme al repentino sbandamento dell’esercito lasciato senza ordini dal maresciallo Pietro Badoglio e alla successiva durezza dell’occupazione tedesca. Il reparto ai suoi ordini, composto da due battaglioni di avieri reclute e ancora da addestrare non si disperse e rimase inizialmente compatto intorno a C. Nonostante questo immediato attestato di lealtà da parte dei suoi uomini, le fila cominciarono a sfaldarsi a causa dell’incertezza del momento e della perdurante mancanza di direttive dai comandi generali. Per fermare l’emorragia di soldati che andavano a ingrossare il numero di sbandati, C. decise di raggiungere con i suoi uomini il vicino «sistema difensivo italiano alla frontiera nord» verso la Svizzera, anche noto come «Linea Cadorna», prendendo possesso delle linee di fortificazioni che risalivano alla I Guerra mondiale. Una delle prime preoccupazioni del gruppo fu quella di procurarsi armi e munizioni per tentare di difendere il presidio. Fu lo stesso C. a guidare un piccolo manipolo di militi alla ricerca di armi utili alla Resistenza, facendo irruzione nelle vicine caserme di Laveno e Luino presenti nella zona del Verbano-Ceresio da loro occupata. Il quartier generale del suo comando venne posto a Villa San Giuseppe, ex caserma «Luigi Cadorna», sita in Vallalta di San Martino. Fu in questa nuova sistemazione che C. scelse il nome da assegnare al gruppo che si trovava a guidare: nacque così il «reparto gruppo militare Cinque Giornate Monte San Martino di Vallata-Varese».

Nei primi giorni di fondazione la formazione dovette subire la fuoriuscita di diversi soldati che, preoccupati dalla sempre più numerosa presenza tedesca nelle vallate circostanti, vollero allontanarsi dalle zone di guerra. Malgrado queste defezioni, nuovo impulso si ebbe grazie all’inserimento nelle fila di diversi patrioti, oltre a ex internati che erano riusciti a fuggire, che avevano il desiderio di prendere le armi per combattere contro l’occupazione nazifascista. Il 22 ottobre 1943 il gruppo contava 170 elementi, divisi in tre compagnie. Le operazioni coordinate da C. furono sostanzialmente di carattere difensivo; si pensava infatti a rendere sicura per quanto possibile la fortificazione occupata, impegnando le forze a disposizione nell’assiduo controllo della zona circostante, limitando le discese a valle per provvedere ai rifornimenti di munizioni e generi alimentari. Avvalendosi del suo passato da militare decise di organizzare la formazione con le modalità proprie di un reparto del regio esercito, proponendo di attuare una linea che prediligeva il rafforzamento della propria posizione e rifiutando quelle che erano le tattiche solitamente utilizzate dalla guerriglia partigiana, che presupponevano una perfetta conoscenza del territorio circostante e opere di sabotaggio, evitando lo scontro frontale.

In merito a questa sua scelta C. fu ripetutamente contattato da rappresentanti del Clnai che, per rendere più efficace l’azione della sua banda, gli consigliarono di organizzarsi come formazione partigiana, rientrando nella giurisdizione e nel coordinamento del Comitato. Il suo addestramento da soldato però gli fece rifiutare l’approccio che caratterizzava la guerriglia, motivazione per la quale scelse di non adottare quei vincoli di segretezza che erano soliti delle bande di patrioti operanti sotto l’egida del Cln. Non solo mancavano del tutto nomi di battaglia che rendessero i singoli difficilmente catturabili, ma C. volle addirittura che fosse prodotta una sorta di carta di identità militare per ogni membro della sua formazione, che prevedeva anche l’aggiunta di una fotografia. La prima tessera di riconoscimento prodotta, con in alto il motto del reparto «non è stato posto fango sul nostro volto», fu proprio quella rilasciata al ten. colonnello Carlo Croce, che riportava, oltre alla sua foto, la data di inizio dell’attività nella cosiddetta «zona d’onore» e la sua firma, «Giustizia», come comandante del battaglione. Singolare era anche il questionario da lui prodotto che veniva sottoposto agli uomini che volevano entrare a far parte del «gruppo cinque giornate». Oltre all’esplicitazione del compito di «combattere contro i tedeschi e i loro amici, fino all’estremo sacrificio» e a una serie di condizioni che sancivano una «ubbidienza assoluta, rispettosa, volenterosa, intelligente», si univa l’elenco del materiale messo a disposizione delle reclute del gruppo, tra cui «pagliericcio per la notte, scarpe in buono stato, indumenti pesanti invernali e armamento individuale». Nel documento, datato 13 ottobre 1943, vi era apposta in calce la firma del comandante, il ten. colonnello «Giustizia».

Queste scelte resero la compagine guidata da C. particolarmente debole ai tentativi di spionaggio del nemico e facilitarono il compito agli infiltrati nazifascisti che cercavano informazioni su consistenza e capacità del suo gruppo. Ben presto la formazione, seppur ferma su posizioni difensive, mise in stato di allerta le forze nazifasciste presenti nelle vicinanze. Per costringerli ad arrendersi il 13 novembre le truppe tedesche decisero di porre lo stato di assedio alla zona occupata dal gruppo partigiano e rastrellarono tutti gli uomini dai 14 ai 65 anni presenti nei paesi limitrofi, accusandoli di sostenere, materialmente e moralmente, l’operato delle bande di partigiani operanti nell’area. Il giorno dopo, 14 novembre, i tedeschi decisero di rompere gli indugi e attaccare in forze la fortificazione in cui si riparava la formazione di C. Seppur circondati dalle preponderanti truppe nemiche, i partigiani riuscirono a contrattaccare e a spezzare l’assedio, organizzando la ritirata in tutta fretta e perdendo un numero esiguo di compagni nel corso dei combattimenti che seguirono l’offensiva nazifascista. La cosiddetta «battaglia di San Martino», dal nome del luogo nel quale venne combattuta, viene tuttora ricordata come l’episodio che diede inizio alla lotta partigiana nel nord Italia.

Ciò che rimase della banda riuscì a superare il confine e terminò il proprio ripiegamento trovando rifugio in Svizzera. C. e i suoi uomini vennero accolti amichevolmente al confine dove dovettero deporre le armi. Furono quindi avviati in treno da Ponte Tresa a Lugano, quindi a Bellinzona. In un succedersi di spostamenti continui, furono condotti prima nella località di Arch e infine al campo di internamento sito a Büren an der Aare, nel cantone di Berna. Fu durante questa sua ultima tappa che C., visti sistemati i suoi uomini, decise di tornare in Italia, stabilendo un collegamento con i vertici dell’armata italiana che si andava riorganizzando nel sud del paese e con le forze alleate.

Dopo un primo tentativo fallito di tornare in patria, riprovò a superare il confine il 7 luglio 1944, insieme ad altri sei patrioti. C. e i suoi compagni si rifugiarono nell’alta Val di Togno, dove sostarono in un rifugio di montagna. Fu in questa provvisoria sistemazione che, il 10 luglio, vennero sorpresi da un gruppo di nazifascisti che circondarono l’area in cui si trovavano. C., seppur disarmato, tentò una strenua resistenza e venne ferito ad un braccio durante la colluttazione che ne seguì. Trasferito all’ospedale di Sondrio per essere curato, venne prelevato dalle SS poche ore dopo aver subito l’amputazione del braccio e spedito a Bergamo a disposizione del Comando generale delle formazioni d’assalto. Fu quindi sottoposto a un durissimo interrogatorio e a torture dalle quali gli aguzzini speravano di scoprire l’identità del comandante delle forze che avevano organizzato la difesa di San Martino. C. scelse di non parlare e grazie al suo silenzio riuscì a salvare i partigiani che lo avevano seguito nel suo ritorno in Italia: essi vennero infatti considerati solo dei rimpatriati clandestini e spediti in Germania per essere internati.

Al termine di questa breve detenzione venne riconsegnato alle cure del cappellano dell’ospedale di Bergamo che non poté far altro che amministrargli l’estrema unzione. Il giorno seguente, 24 luglio 1944, C. spirò a causa delle dure sevizie inflittegli nel corso della sua prigionia. Venne seppellito nel cimitero di Bergamo e, solo a guerra terminata, i familiari riuscirono a trasferire la salma nella sua città natale, Milano, nonostante la netta opposizione proveniente dall’amministrazione americana. Nel 1963 venne infine tumulato all’interno del sacrario eretto al San Martino, insieme a quella di alcuni suoi commilitoni.

Nel 1944 venne conferita a C. la medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la qualifica di tenente colonnello di complemento dei bersaglieri e partigiano combattente con la seguente motivazione: «Comandante di distaccamento del terzo reggimento bersaglieri a Porto Val Travaglia, con i suoi soldati e con alcuni patrioti organizzava, dopo l’armistizio, la resistenza all’invasore tedesco mantenendo le posizioni fortificate di San Martino di Vallalta. Più volte rifiutate le offerte del nemico, il 13 novembre 1943, con soli 180 uomini, sosteneva per quattro giorni di furiosa lotta l’attacco di 3000 tedeschi, infliggendo gravi perdite, abbattendo un aereo, distruggendo alcune autoblinde incappate su campo minato. Ferito e serrato senza apparente via di scampo, con ardita azione, sì apriva la strada fino al confine svizzero, trasportando gli invalidi e ritirandosi per ultimo dopo aver fatto saltare il forte. Insofferente di inazione e dopo un primo fallito tentativo di rientrare in Italia, varcava nuovamente il confine con sei compagni. Attorniato da nemici e gravemente ferito ad un braccio cadeva prigioniero. Prelevato dalle SS. dall’ospedale di Sondrio, poche ore dopo di avere subita l’amputazione del braccio destro, veniva barbaramente torturato senza che gli aguzzini altro potessero cavargli di bocca se non le parole: “Il mio nome è l’Italia”. Salvava con il silenzio i compagni, ma, portato irriconoscibile all’ospedale di Bergamo, chiudeva nobilmente poche ore dopo la sua fiera vita di soldato. Bergamo, 24 luglio 1944».

Onorificenze

Comandante di distaccamento del terzo reggimento bersaglieri a Porto Val Travaglia, con i suoi soldati e con alcuni patrioti organizzava, dopo l’armistizio, la resistenza all’invasore tedesco mantenendo le posizioni fortificate di San Martino di Vallalta. Più volte rifiutate le offerte del nemico, il 13 novembre 1943, con soli 180 uomini, sosteneva per quattro giorni di furiosa lotta l’attacco di 3000 tedeschi, infliggendo gravi perdite, abbattendo un aereo, distruggendo alcune autoblinde incappate su campo minato. Ferito e serrato senza apparente via di scampo, con ardita azione, sì apriva la strada fino al confine svizzero, trasportando gli invalidi e ritirandosi per ultimo dopo aver fatto saltare il forte. Insofferente di inazione e dopo un primo fallito tentativo di rientrare in Italia, varcava nuovamente il confine con sei compagni. Attorniato da nemici e gravemente ferito ad un braccio cadeva prigioniero. Prelevato dalle SS. dall’ospedale di Sondrio, poche ore dopo di avere subita l’amputazione del braccio destro, veniva barbaramente torturato senza che gli aguzzini altro potessero cavargli di bocca se non le parole: “Il mio nome è l’Italia”. Salvava con il silenzio i compagni, ma, portato irriconoscibile all’ospedale di Bergamo, chiudeva nobilmente poche ore dopo la sua fiera vita di soldato. Bergamo, 24 luglio 1944.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.
  • Un documento sulla fine del colonnello Carlo Croce, comandante del Gruppo “Cinque Giornate” sul Monte San Martino, in Momenti di storia varesina tra Unità e seconda guerra mondiale, Istituto varesino per la storia della Resistenza, Varese 1991, pp. 61-64.
  • Francesco Gallina, «Non si è posto fango sul nostro volto». La resistenza dei militari nella fascia delle Prealpi lombarde nell’autunno del 1943, in «Storia in Lombardia», 18 (1998), 2-3, pp. 331-353.

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