Fincato Giovanni

Immagine: Wikipedia
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Nome: Giovanni
Cognome: Fincato
Luogo di nascita: Enego
Provincia/stato: Vicenza
Data di nascita: 03/10/1891
Luogo di morte: Verona
Data di morte: 06/10/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Giovanni Fincato nacque a Enego, un piccolo paese sull’Altopiano dei Sette Comuni, in provincia di Vicenza, il 3 ottobre 1891 da Bartolomeo Fincato e Bernarda Guzzo. Dimostrando fin da giovane una buona propensione verso gli studi ma provenendo da una famiglia di modeste condizioni economiche, dovette essere incoraggiato dal parroco del paese a proseguire la carriera scolastica, superando anche le resistenze dei genitori che avrebbero preferito avviarlo al mondo del lavoro. All’età di undici anni, dunque, F. fu ammesso al collegio retto dai Francescani minori di Chiampo Vicentino, dove attese agli studi classici.

Nel 1911, concluso il suo percorso scolastico e ottenuto il diploma, venne richiamato sotto le armi per il servizio di leva, vedendosi assegnato al 6° Reggimento alpini di stanza a Verona. Il periodo trascorso tra le fila del Regio Esercito fu breve, visto che già l’anno successivo venne posto in congedo con il grado di caporal maggiore.

Nel corso del 1914, allo scoppio della I Guerra mondiale, F. venne richiamato e assegnato nuovamente allo stesso reggimento, assumendo il grado di sergente. Vista l’endemica mancanza di ufficiali di complemento tra le fila dell’esercito italiano, ebbe modo di partecipare, nel mese di aprile, a un corso intensivo organizzato dai comandi militari per sopperire a questa carenza. Terminò dunque il periodo di formazione nel corso dello stesso anno e assunse il grado di sottotenente degli alpini.

Avendo il desiderio di avvicinarsi al paese natale, al momento dell’entrata dell’Italia nel conflitto chiese di essere assegnato al battaglione «Sette Comuni», uno dei reparti del 6° Reggimento Alpini, guidato dal generale Ettore Milanesio. Il suo gruppo fu tra i protagonisti delle diverse battaglie che si susseguirono sull’Alto Isonzo e, successivamente, sull’altopiano di Asiago. Posto ben presto al comando di uno dei plotoni della 145ª compagnia, F. si distinse nel corso dell’avanzata in direzione di Buso-Crepaccio, costringendo le truppe nemiche a una rapida ritirata e meritandosi, a seguito di questa operazione, la prima medaglia d’argento al valor militare, che gli venne concessa il 17 giugno 1916. Nei giorni successivi, alla guida dei suoi uomini nei duri combattimenti che permisero alle armate italiane di avvicinarsi al Monte Ortigara, F. venne colpito alla gamba destra da un proiettile vagante e fu costretto ad abbandonare il fronte per recarsi il prima possibile all’ospedale da campo allestito a Enego. Ciononostante, desiderando raggiungere il suo reparto nel più breve tempo possibile, rinunciò al periodo di convalescenza che gli venne concesso e, il 25 giugno, vide accolta la sua richiesta di poter tornare al fronte per partecipare all’avanzata.
Il 19 giugno del 1917, dopo aver assunto il grado di tenente e posto al comando della 145ª Compagnia, F. guidò i suoi uomini alla conquista del monte Ortigara. Per il suo valore in battaglia fu promosso a capitano per meriti di guerra e gli venne conferita la seconda medaglia d’argento al valor militare per il suo «slancio e coraggio mirabili» dimostrati in battaglia. Ferito nel corso dei combattimenti, F. fu spedito a casa e, nell’autunno del 1917, si spostò a Verona per la convalescenza accordatagli. Nel luglio dell’anno successivo, però, venne nuovamente destinato al comando di una compagnia alpini del battaglione «Monte Pelmo» della Brigata «Bologna».

Al termine del conflitto, poté fregiarsi della terza medaglia d’argento e venne ammesso come effettivo tra le file del Regio Esercito. Dopo aver trascorso un breve periodo di stanza in Albania, il 20 febbraio 1919 venne trasferito al suo vecchio battaglione «Sette Comuni» che, solo due anni più tardi, prese il nome di «Trento». A F. venne assegnato il comando della 94ª Compagnia.

Vista la sua brillante carriera militare, F. ebbe anche modo di costruirsi una famiglia e, nel corso del 1922, nella chiesa di Enego, sposò Carmela Cappellari. Nella località di San Candido, dove era di stanza il suo reparto, nacquero dunque Marcello, nel 1923, e Lucio Alberto, due anni più tardi. Gli anni successivi furono caratterizzati da diversi spostamenti dovuti alla sua professione: si trovò quindi prima a Levico, in provincia di Trento, dove gli venne assegnato una nuova compagnia di Alpini e dove nacque il terzogenito Giovannino e, nel 1931, a Bressanone, dove venne assegnato alla guida di una compagnia del battaglione «Verona».

In questi anni decise di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza e, divenuto avvocato militare, negli anni a cavallo tra il 1934 e il 1938 assunse il ruolo di giudice presso il Tribunale militare di Bologna e, successivamente, quello di giudice supplente presso il Tribunale militare di Verona. In questa sua nuova occupazione, videro la luce i figli Giancarlo, nato nel 1933, Maria Teresa, nel 1936 e infine Francesco, nel corso del 1941. Fu durante questi anni che prese inoltre parte alle attività del gruppo Laureati di Ac di Verona.

Allo scoppio della II Guerra mondiale, F. rimase a Verona e, richiamato il 1° gennaio del 1942, assunse il grado di tenente colonnello e si vide assegnato al deposito del 6° Reggimento Alpini. L’anno successivo fu invece destinato in Provenza, in Francia, come vicecomandante del 167° Battaglione costiero. In questo contesto fu raggiunto dalla notizia della firma dell’armistizio dell’8 settembre. Non potendo contare su direttive sicure e non volendo consegnare il proprio reparto nelle mani dei tedeschi, decise di trasferire in tutta fretta il reggimento a Cuneo, dove sperava di mettersi in contatto con i comandi militari e ottenere istruzioni. Dopo diversi giorni di attesa, persistendo il clima di generale incertezza, F. diede ordine ai suoi uomini di sciogliere le fila. Lo stesso F. decise di raggiungere Verona il 1° ottobre e, colpito dagli eventi, scrisse una relazione diretta al comandante del reggimento col. Simeone in cui, tra l’altro, affermava di essere «Avvilito per lo sfacelo del nostro esercito e per l’immane sciagura della nostra cara Patria». Nonostante questo, decise con fermezza di non rispondere ai bandi di arruolamento della Rsi che gli pervennero da più parti e di rinnovare il giuramento di fedeltà che lo legava al re d’Italia.

Negli ultimi mesi del 1943 F. si mise in contatto con diversi personaggi legati alla Resistenza nel veronese con l’intento di inserirsi tra le fila delle bande partigiane. Prima di muoversi in questo senso, però, volle assicurarsi che la famiglia potesse trovare una sistemazione tranquilla e, presi contatti con Euno Poggiani, ex ufficiale degli alpini, indirizzò la moglie e i suoi figli al paese di Mizzole, in provincia di Verona. Sistemati i familiari, riuscì a mettersi in contatto con il Servizio informazione militare del governo del sud operante a Verona alla guida di Carlo Perucci, ex presidente diocesano della Giac, che inserì F. tra gli ufficiali partecipanti alla missione militare segreta RYE, una rete clandestina che si adoperò fin dai primi giorni per raccogliere notizie sui movimenti delle forze tedesche presenti in Italia e per facilitare i collegamenti tra i partigiani e gli alleati. A F. fu richiesto di provare ad attraversare le linee nemiche per raggiungere lo Stato Maggiore del ricostituito Regio Esercito allo scopo di organizzare l’aviolancio di una radio trasmittente. Partì per la sua missione nel corso dell’inverno del 1944 ma ben presto dovette desistere dal tentativo e far ritorno a Verona.

F. si impegnò a lungo per mantenere attiva la rete di contatti tra le varie formazioni partigiane e i gruppi di antifascisti operanti in città. Insieme a lui anche suo figlio Marcello, studente universitario, decise di entrare nella Resistenza veronese, raggiungendo i partigiani della Divisione Ortigara, banda inserita nell’organizzazione delle Fiamme Verdi di ispirazione cattolica, operanti sull’Altopiano dei Sette Comuni.

Nel luglio del 1944, quando i nazifascisti riuscirono ad arrestare tutti i membri del secondo comitato di Liberazione che si era formato a Verona successivamente all’8 settembre, F. entrò, insieme ad altri ufficiali, a far parte come componente del terzo Cln, insieme ai rappresentati dei diversi partiti.

Il pomeriggio del 30 settembre 1944, mentre si trovava con la famiglia a Mizzole, venne raggiunto da due soldati dell’Ufficio politico investigativo e posto in stato di arresto. I militi erano in realtà alla ricerca del capitano Poggiani, il proprietario della villa in cui F. alloggiava, che nella relazione al Cln di Mizzole al termine della guerra scrisse, a testimonianza del sacrificio di F.: «Nel settembre a seguito di una prima perquisizione operata nel mio domicilio di Mizzole – infruttuosa – il mio colonnello veniva arrestato e non più fece ritorno. Si è saputo ultimamente che fu ferocemente percosso e che morì sotto i colpi. Se oggi scrivo lo devo al suo eroico silenzio». F., riconosciuto come uno dei membri della Resistenza locale, venne condotto nel carcere-caserma del Pontaron presso il Teatro romano di Verona. Ricostruire la sua storia da quella data diviene più complesso visto e considerato che la stessa famiglia non ne ebbe più alcuna notizia per otto mesi. Alla moglie venne infatti fatto sapere che, vista la sua attività clandestina, il colonnello era stato internato in Germania, in un luogo non definito. Solo il 25 aprile 1945 la notizia della morte di F. venne resa pubblica da un articolo del giornale «Verona Libera», in cui si precisava: «Il colonnello Giovanni Fincato è morto sotto le torture nelle carceri dell’U.p.i. e la salma è stata gettata nell’Adige». Per la ricostruzione degli eventi fu però necessario aspettare il processo contro i responsabili dell’esecuzione. L’11 marzo del 1946, presso il Tribunale di Verona, davanti alla sezione speciale della Corte d’Assise vennero posti alla sbarra i componenti dell’Upi. Dalle loro testimonianze, in particolare da quella di Pietro Bittarelli, si seppe che F., nei giorni che andarono dal 2 al 6 ottobre 1944, fu sottoposto a diversi interrogatori e a numerose sevizie volte a ottenere informazioni sui componenti e le dislocazioni delle bande partigiane operanti nella zona. Alle sempre più pressanti richieste e alle dure torture F. rispose con ostinato silenzio e con la volontà di non rivelare alcunché potesse essere utile ai suoi aguzzini. Nel corso del dibattimento, più volte fu sottolineato il suo «persistente silenzio» e il disappunto dei militi fascisti quando F., all’ennesima richiesta, «fece ancora silenzio», costringendo le guardie a insistere con le percosse e a darsi il cambio più volte. La sera del 6 ottobre 1944 Armando Lembo, agente dell’Upi condannato all’ergastolo al termine del processo in questione, costrinse F. a un nuovo interrogatorio al termine del quale, duramente torturato e costretto a subire diverse sevizie, venne condotto nella sua cella senza vita. Preoccupato della reazione che avrebbe potuto scatenare la notizia della morte di un ufficiale degli alpini pluridecorato, protagonista della prima guerra mondiale, il maggiore Manlio Fabrizi, a capo dell’Upi, decise di dare disposizione affinché la salma di F. fosse fatta sparire. Il 7 ottobre del 1944, facendo seguito alle direttive, il corpo di F. venne trasportato nel paese di Pescantina da un gruppo di militi e lanciato nel fiume Adige.

Il 25 aprile 1951, nel corso di una cerimonia svoltasi nell’Arena di Verona alla presenza del presidente del Consiglio Alcide de Gasperi, alla memoria di F. venne conferita la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di tenente colonnello del 6° Reggimento Alpini e partigiano combattente con la seguente motivazione: «Prode ufficiale, già tre volte decorato della medaglia d’argento al valor militare, durante l’occupazione tedesca del Paese organizzò tra i primi la resistenza armata nella Zona di Verona. Affrontando per sé e per i famigliari gravi privazioni e seri pericoli, animò la lotta con la fede e con l’esempio. Comandante clandestino della piazza di Verona, dopo un anno di indifesa e coraggiosa attività, cadde nelle mani del nemico durante uno scontro nelle vicinanze della città. Ripetutamente interrogato e barbaramente seviziato per circa un mese, mantenne contegno fiero ed esemplare nulla rivelando sino a che il 6 ottobre 1944, dopo sedici ore di torture stoicamente affrontate, il suo nobile cuore cessò di battere. Il suo corpo, gettato nell’Adige, più non venne trovato, ma il suo spirito continuò a levarsi, animatore della lotta, per la Patria e per la Libertà. Zona di Verona, settembre 1943 – ottobre 1944».

Onorificenze

Prode ufficiale, già tre volte decorato della medaglia d’argento al valor militare, durante l’occupazione tedesca del Paese organizzò tra i primi la resistenza armata nella Zona di Verona. Affrontando per sé e per i famigliari gravi privazioni e seri pericoli, animò la lotta con la fede e con l’esempio. Comandante clandestino della piazza di Verona, dopo un anno di indifesa e coraggiosa attività, cadde nelle mani del nemico durante uno scontro nelle vicinanze della città. Ripetutamente interrogato e barbaramente seviziato per circa un mese, mantenne contegno fiero ed esemplare nulla rivelando sino a che il 6 ottobre 1944, dopo sedici ore di torture stoicamente affrontate, il suo nobile cuore cessò di battere. Il suo corpo, gettato nell’Adige, più non venne trovato, ma il suo spirito continuò a levarsi, animatore della lotta, per la Patria e per la Libertà. Zona di Verona, settembre 1943 – ottobre 1944.

Fonti e bibliografia

  • Ivrr, Fonti in fotocopia e materiale di lavoro, b. 3, fasc. 8; Fonti, b. 1, fasc. 1.
  • Insmli, Corpo volontari della libertà, Documentazione e materiale storico-statistico, Biografie sui caduti partigiani, b. 166, fasc. 536.
  • Lucio Alberto Fincato, Giovanni Fincato: un alpino nelle due guerre mondiali, Cierre, Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Sommacampagna  2015.
  • Alberto Perrini, Missione RYE, «Gioventù», 23 (1945), 13.

Hanno fatto parte di Movimento laureati di Azione cattolica anche:

ISACEM – Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI
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