Ferrari Luigi

Nome: Luigi
Cognome: Ferrari
Nome di battaglia: Pellegrini
Luogo di nascita: Albinea
Provincia/stato: Reggio Emilia
Data di nascita: 19/05/1919
Data di morte: 2002
Ramo di Azione cattolica:
Partito politico:

Sommario

Note biografiche

Luigi Ferrari nacque ad Albinea, in provincia di Reggio Emilia, il 19 maggio 1919. Il padre Giuseppe, che era calzolaio, era socialista, secondo lo spirito di Camillo Prampolini, il quale aveva scritto l’articolo Gesù Cristo rivoluzionario e socialista, influenzando l’interpretazione del «socialismo evangelico» nelle campagne emiliane, mentre la madre Annita Bonaccini era credente e praticante. Dopo le elementari, frequentò le prime tre classi ginnasiali nel Collegio San Giuseppe in San Rocco a Reggio Emilia, che gravitava nelle attività di don Dino Torreggiani, per poi proseguire e completare il ginnasio al seminario di Marola sull’Appennino, e quindi la 1ª e la 2ª liceo nel seminario di Albinea, dal quale uscì nel 1938. Messosi in pari con le scuole statali, frequentò il liceo classico a Reggio Emilia, ottenendo la maturità nel 1940, per poi iscriversi alla Facoltà di Chimica all’Università di Parma. Nello stesso tempo, divenne socio della Gioventù italiana di Azione cattolica della parrocchia di San Pellegrino, dove la famiglia si era traferita, divenendo il presidente del circolo nel 1939. Nel gennaio del 1941, F. fu chiamato alle armi, percorrendo i passaggi fissati per gli studenti universitari, secondo le disposizioni di Mussolini, che lo portarono a Firenze, Bologna e alla scuola allievi ufficiali di Pavia, da dove uscì nel febbraio del 1942 con il grado di sottotenente. Assegnato al 10º Reggimento Genio di stanza a S. Maria Capua Vetere e inviato al VII Battaglione, a Torre del Greco, in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 rientrò a casa e messosi in contatto con don Angelo Cocconcelli, il nuovo parroco che fece della canonica un centro della Resistenza, costituì un gruppo tra gli associati per convincere i giovani a non rispondere ai bandi di arruolamento della Repubblica sociale italiana. La stessa casa della famiglia ospitò diversi militari sbandati dopo l’armistizio. F., il quale assunse il nome di «Pellegrini», lavorò anche per costituire una squadra armata in città e contemporaneamente collaborò fin da subito per la costruzione della Democrazia cristiana. Durante l’inverno, si attivò per recuperare armi, che venivano nascoste e poi smistate anche con l’aiuto della sorella più giovane Lazzarina. Nel febbraio del 1944, fu messo in contatto con esponenti delle altre forze politiche per la creazione del Comando militare provinciale della Resistenza alle dipendenze del Comitato di liberazione nazionale, che nell’aprile successivo fu sostituito dal Comando piazza, un organismo per l’organizzazione e il comando, affidato a ufficiali dell’esercito, di tutta la lotta clandestina in provincia, ad eccezione dell’area montana che sarebbe stata sotto il coordinamento del Comando unico della montagna. F., come tenente, fu designato capo di stato maggiore, intensificando la creazione di formazioni resistenti in provincia. Pellegrini, rimanendo sempre impegnato nell’organizzazione della Dc in clandestinità, partecipò anche alla redazione dei primi manifesti programmatici del partito, tra i quali Orientamenti, scritto insieme a Domenico Piani ed Ettore Barchi. F. con «Pezzi», nome di battaglia di quest’ultimo, fu anche l’autore del colpo di mano per sottrarre dagli uffici dell’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia le schede di coloro che avevano risposto affermativamente ai bandi di arruolamento della Rsi, materiale che poi consegnò al Cln. Al momento della crisi dei rapporti nella Resistenza reggiana tra la componente comunista e quella cattolica, operò per la costituzione della Brigata Fiamme verdi, che – come scriveva a don Domenico Orlandini, il comandante «Carlo» – «dovrà essere però esemplare per organizzazione, disciplina, spirito combattivo: le sue qualità dovranno costituire la sua superiorità». Nel contempo continuò a tessere le fila del partito in Emilia, recandosi in varie città per stringere i contatti. Il 30 novembre 1944, mentre si stava recando a una riunione del Comando piazza, che nell’operazione venne decapitato, fu arrestato dalle Brigate nere, incarcerato ai Servi, torturato a Villa Cucchi, sede dell’ufficio politico delle Brigate nere, e trasferito alle prigioni di San Tommaso sempre in città. Fu processato l’8 gennaio 1945 e condannato a morte insieme a 6 esponenti della Resistenza reggiana. In attesa dell’esecuzione trascorse giorni «indimenticabili e terribili». Dopo un serrato confronto tra la linea tedesca e italiana, nel corso del quale non mancarono le pressioni ecclesiastiche per ottenere la liberazione, prevalse la più morbida, con la richiesta della domanda di grazia, che fu accolta. Il 20 febbraio 1945 fu prelevato e condotto al carcere di San Francesco a Parma, dove ebbe un trattamento migliore, con la possibilità di ricevere visite una volta alla settimana. Il 21 aprile successivo fu trasferito, sempre con gli altri condannati a morte, a Verona, dove c’era la sede delle SS in Italia, per poi essere rilasciato al momento della Liberazione. Nel dopoguerra, militò nella Dc locale, ricoprendo la responsabilità dell’Ufficio reduci. Nel 1948 gli fu concessa la croce al merito di guerra come partigiano. Morì nel 2002.

Fonti e bibliografia

  • Sandro Spreafico, I cattolici reggiani dallo Stato totalitario alla democrazia: la Resistenza come problema, 5 voll. Tecnograf, Reggio Emilia, 1986-2001, passim.
  • Sereno Folloni, Fede e resistenza. I cattolici nella Resistenza reggiana, Pozzi, Reggio Emilia 1995.

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