Parenti Pratelli Norma

Immagine: Isgrec, Mostra permanente su Norma Parenti
Immagine: Isgrec, Mostra permanente su Norma Parenti
Nome: Norma
Cognome: Parenti Pratelli
Luogo di nascita: Massa Marittima
Provincia/stato: Grosseto
Data di nascita: 01/06/1921
Luogo di morte: Massa Marittima
Provincia/Stato morte: Grosseto
Data di morte: 23/06/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Norma Parenti nacque il 1° giugno 1921 al podere Zuccantine di Sopra, località sita nei pressi di Massa Marittima, in provincia di Grosseto. La famiglia era composta dal padre Estewan Parenti, che esercitava la professione di muratore nella zona, la madre Roma Camerini, impegnata nella gestione di una trattoria nel paese di Massa Marittima, e altri quattro fratelli. Nel contesto familiare, a una formazione di stampo cattolico venne sempre affiancato l’insegnamento di idee provenienti dal socialismo. Il padre, infatti, fu ben presto posto sotto l’attenzione della direzione generale della pubblica sicurezza del Regno per le sue idee e schedato come «socialista» nel casellario politico centrale.

In questi anni P. si iscrisse al gruppo della Gf «Giovanna D’Arco» e le venne assegnato anche il compito di contribuire all’insegnamento del catechismo ai giovani che si avvicinavano alla prima comunione.

Difficoltosi furono i primi anni di formazione scolastica. Nel novembre del 1927 si iscrisse alla scuola elementare Regina Margherita del suo paese ma, nel corso del terzo anno, non riuscì a frequentare le lezioni a causa di una malattia che la tenne lontana da scuola per più di un mese. Ricominciò l’anno successivo per terminare la terza elementare e, successivamente, dovette lasciare gli studi per volontà dei genitori.

Grazie alla sua partecipazione agli ambienti dell’Ac, nel corso del 1941 P. ebbe modo di trascorrere un breve periodo all’Istituto Santa Regina di Siena, gestito dalla contessa Bianca Piccolomini. L’Istituto, messo a disposizione alle donne iscritte all’Ac come casa per i ritiri spirituali, permise a P. di entrare in contatto con le sorelle laiche presenti nella struttura e convinse la giovane ad avanzare richiesta di probandato, periodo di formazione spirituale che avrebbe dovuto precedere la richiesta di noviziato. A causa dell’esigenza di essere operata a una gamba, venne rinviata a casa e non ebbe la possibilità di terminare il percorso stabilito. Nel documento prodotto dall’Istituto con oggetto «esito della domanda di accettazione per l’ammissione al Noviziato di Norma Parenti», si può leggere infatti: «Vengono lette le domande di accettazione per il Noviziato delle Postulanti Norma Parenti e Marcellina Benedetti e si passa subito alla votazione, che riesce favorevole all’unanimità per ambedue le figliuole. Per la Parenti, però, l’accettazione è condizionata all’esito favorevole e definitivo dell’operazione al ginocchio, per cui in questi giorni è ricoverata all’ospedale».

A seguito di questi eventi, nel corso del mese di marzo del 1942, dovette suo malgrado far ritorno definitivamente nel paese natale. Fu durante il periodo che trascorse a Massa Marittima che P. conobbe Mario Pratelli, il suo futuro marito.

Nell’ottobre 1942 Pratelli venne richiamato per il servizio di leva e destinato al V Reggimento artiglieria di stanza a Belluno. Vista l’imminente e forzata separazione, i due giovani si convinsero a velocizzare le pratiche per il matrimonio e il 31 marzo 1943, nella cattedrale di San Cerbone a Massa Marittima, si sposarono. A seguito delle nozze P. dovette trasferirsi ad Agordo, in provincia di Belluno, per raggiungere il luogo di residenza del marito.

Fu proprio in questo periodo che P. fu raggiunta dalla notizia della caduta del regime fascista e, successivamente, da quella della firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943. A causa della pericolosità della zona i due ragazzi decisero di far ritorno a Massa Marittima, dove potevano contare sull’appoggio della famiglia Parenti. Nel corso di questi mesi P. si iscrisse al circolo dell’Ud di Massa Marittima.

In questo contesto la posizione dei due ragazzi si fece sempre più difficile. Considerata la mancata risposta al bando di leva imposto dalla Rsi e il suo improvviso trasferimento, Pratelli fu considerato un disertore e decise dunque di mettersi in contatto con il Cln della zona per raggiungere la 3° Brigata Garibaldi, attiva fin dai primi giorni successivi all’armistizio. Vista la scelta del marito, P., ormai prossima al parto, decise di rifugiarsi nell’abitazione dei suoi genitori. Proprio presso la casa della famiglia diede alla luce il suo primo figlio, Alberto Mario, il 29 dicembre 1943. In questo periodo decise anche lei di mettere la sua opera a disposizione delle bande partigiane presenti nelle vicinanze di Massa, come il gruppo «Capanne Vecchie» guidato da Mario Chirici, verso le quali si adoperò per far arrivare rifornimenti, documenti e volantini stampati clandestinamente.

Considerata la sua continua attività a favore della Resistenza nell’Alta Maremma, P. decise ben presto di entrare nelle fila della 3ª Brigata Garibaldi per garantire un più sicuro e costante servizio di informazioni al comando partigiano. Di questa sua presenza nella formazione si può avere conferma consultando i nominativi degli effettivi nell’elenco dei partigiani della Brigata. Nel corso del tempo la sua attività si fece sempre più profonda, potendo contare su una rete di informazioni assicurata dal contatto diretto con i capi partigiani della zona. Oltre alla sua partecipazione diretta, inoltre, fu sempre pronta nell’indirizzare i soldati fuggiti dalla prigionia tedesca e renitenti alla leva della Rsi alle formazioni partigiane presenti in montagna. Grande fu anche l’opera di soccorso che diede a ricercati politici ed ebrei, offrendo loro la possibilità di nascondersi presso strutture da lei ritenute sicure.

Oltre a queste azioni, ciò che maggiormente attirò su di lei le attenzioni dei nazifascisti fu senza dubbio l’episodio del quale fu protagonista l’8 giugno del 1944. In quella giornata Guido Radi «Boscaglia», facente parte della 23ª Brigata Garibaldi, venne sorpreso e catturato da una squadra di militi della Rsi mentre insieme ad altri compagni era intento a compiere un’azione di sabotaggio. Dopo varie sevizie il suo corpo, ormai senza vita, venne trasportato a Massa e posto sulla scalinata del Duomo, per essere di monito a tutta la popolazione. Per questo motivo venne imposto dal capo della provincia, Alceo Ercolani, il divieto di avvicinarlo e di dargli sepoltura. Colpita dagli eventi, P. decise di ignorare le direttive emanate e, insieme a un gruppo di donne da lei organizzato, si occupò della salma del giovane, attivandosi affinché venisse a lui riservato una tomba nel cimitero comunale e per fare in modo che i parenti potessero vedere per l’ultima volta le spoglie del proprio figlio prima che fosse tumulato.

Nel mese di giugno del 1944 i partigiani della zona cominciarono a impossessarsi di posizioni strategiche e a organizzare il loro ingresso nella cittadina di Massa Marittima. Prima della effettiva liberazione, che avverrà alla fine di giugno, i nazifascisti presenti nella zona si impegnarono nella repressione di qualsiasi fonte di resistenza e nella vendetta per gli atti di ribellione che a loro avviso erano rimasti impuniti nel corso dei mesi precedenti.

Per questo motivo, dopo aver incontrato per l’ennesima volta i comandanti della banda «Camicia Bianca» per fornire informazioni sui movimenti delle truppe tedesche in città, P. venne seguita fin dentro la trattoria gestita dalla madre da un drappello di militi fascisti e soldati tedeschi che irrompendo nel locale costrinsero entrambe le donne a lasciare quel luogo per seguirli. Nella deposizione della madre del 20 ottobre 1944 alla procura generale militare del Regno, ufficio procedimento contro criminali di guerra tedeschi, nel procedimento intentato contro «ignoti militari tedeschi» di quella sera si legge: «Verso le ore 22 del 23 giugno 1944, mi trovavo nella mia abitazione situata in Via Roma (Massa Marittima) quando sentì bussare insistentemente alla porta. Andai ad aprire e mi trovai di fronte una decina di militari tedeschi i quali mi domandarono subito dove era mia figlia Norma Parenti di anni 23. Quest’ultima che aveva udito i tedeschi pronunciare il suo nome discese dalla sua camera da letto al piano terreno ove si gestiva una trattoria. Tanto io che mia figlia Norma venimmo catturate e portate via dai militari in parola i quali prima di allontanarsi tirarono diverse bombe a mano nella bottega».

Poco si sa delle modalità con le quali venne uccisa P. La madre, come lei stessa afferma, venne liberata dopo poco e fatta allontanare, non assistendo quindi all’esecuzione «Ci condussero alla periferia della città. Ad un certo momento io venni rilasciata mentre mia figlia fu condotta nei pressi del podere Moschini e fucilata. Non sono in grado di sapere per quale motivo la detta mia figlia sia stata fucilata». L’unico documento che permette di farsi un’idea sulle modalità con le quali venne tolta la vita alla giovane donna è la relazione che il dott. Enrico Cheli, chirurgo dell’Ospedale Civile S. Andrea di Massa Marittima, fece della salma il 25 giugno, su incarico del pretore locale. In questo breve esame egli confermerà la sopravvenuta morte a causa di una ferita da arma da fuoco, provocata da un proiettile che colpì la parte sinistra dell’addome, sparato dall’altro verso il basso, da una distanza molto breve. Oltre a questo, rilevò una ferita provocata probabilmente da un pugnale nella zona centrale del torace.

La prima e autorevole conferma del ruolo attivo che P. ebbe nella lotta resistenziale venne dalla locale sezione del Pci di Massa Marittima che, in una relazione diretta al «compagno Mauro Scoccimarro – Federazione Com. di Roma», perorava la causa «per la proposta di Medaglia d’Oro» da assegnare alla giovane donna. La medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la qualifica di partigiana combattente venne alla fine concessa con la seguente motivazione: «Giovane sposa e madre, fra le stragi e le persecuzioni, mentre nel litorale maremmano infieriva la rabbia tedesca e fascista, non accordò riposo al suo corpo né piegò la sua volontà di soccorritrice, di animatrice, dì combattente e di martire. Diede alle vittime la sepoltura vietata, provvide ospitalità ai fuggiaschi, libertà e salvezza ai prigionieri, munizioni e viveri ai partigiani e nei giorni del terrore, quando la paura chiudeva tutte le porte e faceva deserte le strade, con lo esempio di una intrepida pietà donò coraggio ai timorosi e accrebbe la fiducia ai forti. Nella notte del 22 giugno, tratta fuori dalla sua casa, martoriata dalla feroce bestialità dei suoi carnefici, spirò, sublime offerta alla Patria, l’anima generosa. Massa Marittima, giugno 1944».

Onorificenze

Giovane sposa e madre, fra le stragi e le persecuzioni, mentre nel litorale maremmano infieriva la rabbia tedesca e fascista, non accordò riposo al suo corpo né piegò la sua volontà di soccorritrice, di animatrice, dì combattente e di martire. Diede alle vittime la sepoltura vietata, provvide ospitalità ai fuggiaschi, libertà e salvezza ai prigionieri, munizioni e viveri ai partigiani e nei giorni del terrore, quando la paura chiudeva tutte le porte e faceva deserte le strade, con lo esempio di una intrepida pietà donò coraggio ai timorosi e accrebbe la fiducia ai forti. Nella notte del 22 giugno, tratta fuori dalla sua casa, martoriata dalla feroce bestialità dei suoi carnefici, spirò, sublime offerta alla Patria, l’anima generosa. Massa Marittima, giugno 1944.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.
  • Antonella Cocolli, Nadia Pagni, Anna Rita Tiezzi, Norma Parenti partigiana maremmana medaglia d’oro al v.m. (1921-1944): testimonianze e memorie, Edizioni Effigi, Arcidosso (Grosseto) 2014.
  • Denise Zani, La Resistenza di Norma, RCS Corriere della Sera, Milano 2015.

Hanno fatto parte di Unione donne di Azione cattolica anche:

ISACEM – Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI
Via Aurelia, 481 – 00165 Roma. Tel. 06.66 27 925 – 06.66 132 443 – info@isacem.it

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