Schiavetta Giuseppe

Immagine: Isacem, Fondo Giac
Immagine: Isacem, Fondo Giac
Nome: Giuseppe
Cognome: Schiavetta
Nome di battaglia: Felis
Luogo di nascita: Carcare
Provincia/stato: Savona
Data di nascita: 18/04/1926
Luogo di morte: Clavesana
Provincia/Stato morte: Cuneo
Data di morte: 03/03/1945
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Giuseppe Schiavetta, meglio conosciuto come Beppino, nacque a Carcare, comune in provincia di Savona situato nella Val Bormida, il 18 aprile del 1926 da una famiglia di modeste condizioni economiche. Trascorse gli anni giovanili nel paese natale dove ebbe modo di attendere agli studi elementari e medi presso il collegio tenuto dai padri Scolopi e, nel corso del tempo, di avvicinarsi agli ambienti dell’associazionismo cattolico. Iscrittosi al locale circolo della Giac, si impegnò con serietà e dedizione nelle attività del gruppo e la lunga militanza gli permise di essere designato nel ruolo di cassiere.

Costretto a spostarsi a Savona per poter proseguire la carriera scolastica presso il liceo Gabriello Chiabrera, ottenuto il diploma volle iscriversi all’Università degli studi di Genova per coltivare gli studi umanistici. In questo periodo, anche per poter dare un aiuto finanziario alla famiglia, decise di accettare la cattedra di maestro elementare in alcuni istituti della periferia di Savona. Fu in questa occupazione che S. venne raggiunto dalla notizia della caduta del regime fascista e, successivamente, da quella della ratifica dell’armistizio di Cassibile che poneva ufficialmente fine alle ostilità con gli angloamericani. Al contempo, però, il proclama dell’8 settembre letto dal maresciallo Pietro Badoglio al microfono dell’Eiar, non chiariva i caratteri del rapporto che le forze armate italiane avrebbero dovuto avere con l’ex alleato germanico. I tedeschi, già preparati all’eventualità, si mossero fin da subito per riuscire a occupare tutti i centri nevralgici dell’Italia settentrionale e centrale.

Fu in questo contesto che S., constatata la durezza dell’occupazione nazista e la nascita della Repubblica sociale italiana guidata da Mussolini, decise di interrompere gli studi universitari per aggregarsi alle formazioni partigiane che operavano nelle Langhe. Dopo aver preso contatti con alcuni esponenti del movimento resistenziale, infatti, si inserì tra le fila della 2ª divisione autonoma Langhe, comandata da Piero Balbo detto «Poli», che operava prevalentemente nella zona della bassa Valle Belbo. Dopo aver assunto il nome di battaglia di «Felis» ed essersi distinto in diverse operazioni di sabotaggio e di guerriglia, gli venne assegnato il ruolo di addetto all’ufficio stralcio della formazione, con il particolare incarico di tenere i registri con i nominativi di tutti i partigiani e anche dei loro amici, collaboratori, sostenitori e familiari. La cura di questo dossier, di estrema importanza per il quotidiano funzionamento della brigata, lo poneva in una situazione di estremo pericolo in caso di cattura da parte degli apparati di controllo nazifascisti.

Durante una vastissima operazione di rastrellamento operata dalle SS nel territorio delle Langhe, il 2 marzo del 1945 S. venne individuato perché, pur avendo garantito un riparo sicuro insieme ad altri compagni partigiani, non volle fuggire dalla sede del distaccamento di brigata sito a Dogliani per assicurarsi di distruggere personalmente tutti i documenti che aveva raccolto per attendere al suo compito. La decisione, oltre a evitare l’identificazione dei nominativi dei compagni di battaglia, fu fondamentale per risparmiare alla popolazione civile una violenta rappresaglia per la collaborazione assicurata alle formazioni della Resistenza operanti nella provincia di Cuneo. Catturato da una pattuglia di militi tedeschi, venne immediatamente riconosciuto come partigiano e condotto in una vigna presso Clavesana per essere interrogato, torturato e indotto a confessare informazioni utili all’individuazione del gruppo di cui faceva parte. Dopo avergli sparato alle gambe per evitare che fuggisse, i soldati nazisti lo seviziarono fino all’alba del giorno successivo e, visto il suo ostinato silenzio e la volontà di non rivelare alcunché, decisero di fucilarlo sul posto e lasciato insepolto.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Giac, b. 776, fasc. Scaccabarozzi-Smiderle
  • Almerino Lunardon, La Resistenza vadese, Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Savona, Vado Ligure 2005.

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