Rolando Vignali nacque a Vigatto, in provincia di Parma, il 24 novembre 1920. Dopo aver frequentato il primo anno di avviamento professionale, per aiutare le modeste finanze familiari iniziò a lavorare come verniciatore; nel 1941, svolgeva attività commerciale a Salsomaggiore. Fu in questa città che divenne segretario del locale circolo Giac «Cristo Re», dove maturò un serio impegno associativo che condivise con il fratello Emilio.
Chiamato alle armi nello stesso anno, fu assegnato al Battaglione Gemona dell’8° Reggimento Alpini, con cui prese parte alle operazioni della Divisione Julia. Promosso caporale, nel gennaio 1943 fu inviato alla Scuola militare alpina di Aosta e, dopo un breve ricovero ospedaliero, rientrò al deposito del suo battaglione a Tarcento, nella valle del Torre, dove qualche mese dopo venne raggiunto dalla notizia della ratifica dell’armistizio di Cassibile e della fine delle ostilità con gli angloamericani.
Lo scioglimento del reparto, disposto dal comandante Giuseppe Zancanaro, lo mise nella condizione di rientrare a casa, dove però non rimase che per qualche giorno. Presi immediati contatti con il movimento resistenziale, si unì alla 31ª Brigata Garibaldi Forni, attiva nelle valli del Ceno e dello Stirone, assumendo il nome di battaglia di «Kruger». Per le sue capacità organizzative gli fu affidata la guida di una squadra, nella quale militava anche il fratello, e partecipò a diverse azioni contro reparti nazisti e fascisti impegnati nel controllo del territorio.
Nell’estate del 1944, dopo che le formazioni partigiane avevano consolidato la loro presenza nella zona montana del Parmense, il comando tedesco avviò una vasta operazione di rastrellamento, impiegando reparti corazzati, artiglieria e aviazione da ricognizione. Il 13 luglio la brigata decise di presidiare le principali vie d’accesso per ritardare l’avanzata nemica e consentire lo sganciamento delle unità dislocate nell’area. Al distaccamento del battaglione Forni fu assegnata la difesa della strada che da Pellegrino Parmense conduce al bivio di Luneto, punto strategico per l’ingresso verso la Val Ceno.
Le armi a disposizione erano poche e le forze sul campo decisamente impari. Nonostante ciò, i partigiani riuscirono dopo qualche ora a colpire un’avanguardia tedesca in ricognizione, provocando perdite e costringendo il reparto alla ritirata. All’alba del giorno successivo l’attacco riprese con forze molto più consistenti, precedute da mezzi corazzati leggeri. L’azione dei partigiani fu immediata: un carro armato venne messo fuori combattimento e il reparto tedesco subì nuove perdite, arretrando temporaneamente. Poco dopo, però, una seconda colonna proveniente da Vernasca minacciò di aggirare il distaccamento. Per evitare l’accerchiamento, i partigiani tentarono un ripiegamento verso posizioni più favorevoli, venendo però fatti oggetto di un fuoco intenso, nel quale spiccava quello di una mitragliera montata su un mezzo blindato. Fu in questa fase che V., alla testa dei suoi uomini, cercò di contrastare l’avanzata dei mezzi nemici per permettere ai compagni di sottrarsi alla manovra avvolgente. Colpito più volte, continuò a combattere fino a cadere sul campo insieme al fratello Emilio e ad altri tre partigiani della formazione.
Nel 1970 gli fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: «Comandante di distaccamento partigiano, fatto segno a preponderante attacco nemico, affrontava il micidiale fuoco con coraggiosa determinazione e alta capacità sostenendo a lungo l’urto avversario. Ripetutamente colpito, rifiutava l’assistenza dei commilitoni per non indebolire la difesa, inducendosi invece a perseverare nell’impari lotta, finché cadeva da prode, chino sulla sua arma. Fulgido esempio di eroismo e di amor patrio».