Palmieri Giovanni

Immagine: Archivio storico UniBo
Immagine: Archivio storico UniBo
Nome: Giovanni
Cognome: Palmieri
Nome di battaglia: Gianni
Luogo di nascita: Bologna
Data di nascita: 16/12/1921
Luogo di morte: Cà di Guzzo
Provincia/Stato morte: Bologna
Data di morte: 30/09/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Giovanni Battista Palmieri nacque a Bologna il 16 dicembre 1921 da Giovanni Giuseppe Palmieri e da Nerina Pietra. Il padre, noto medico divenuto famoso per essere stato tra i pionieri della radiologia italiana, fu professore ordinario di radiologia all’Università di Bologna e, durante il primo conflitto mondiale, un ufficiale nel VI reggimento degli Alpini, meritando sul campo una medaglia d’argento.

P. frequentò nella sua città natale il liceo ginnasio Luigi Galvani dal 1932 fino al 1938, anno in cui conseguì la maturità classica. Fu in questo periodo che fu attivo negli ambienti di Ac, iscrivendosi al circolo «M. Vian» di Savignano di Riola, in provincia di Bologna. Ottenuto il diploma, P. fu ammesso come studente alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Bologna, dove da diversi anni aveva la cattedra il padre. Era iscritto regolarmente al terzo anno accademico quando, nel corso del 1941, fu costretto a interrompere gli studi per rispondere alla chiamata del servizio militare: si vide destinato al IV reggimento alpini e, nel febbraio dello stesso anno, al corso per ufficiali alla Scuola centrale militare di Alpinismo ad Aosta.

Il 16 aprile, superati gli esami previsti, venne nominato caporale. Nonostante il positivo percorso all’interno della scuola militare, P. dovette cominciare a fare i conti con una malattia ai bronchi che, debilitandolo gravemente, gli imponeva lunghe licenze per rispettare il programma di cure e convalescenza che gli fu imposto. A causa di queste obbligate defezioni non riuscì, suo malgrado, a completare il corso per essere nominato aspirante ufficiale degli alpini.

Il 20 dicembre del 1942, una volta riabilitato, venne destinato con la qualifica di caporale nell’XI reggimento Alpini, di stanza a Trento, dove rimase per poco tempo perché solo sei mesi dopo, il 20 giugno del 1943, venne posto in congedo per fine ferma e volle riprendere immediatamente gli studi universitari iscrivendosi al quarto anno di Medicina a Bologna. Fu nel pieno dei suoi impegni accademici che venne raggiunto prima dalla notizia della caduta del fascismo e, successivamente, da quella della firma dell’armistizio di Cassibile, osservando in un primo momento da spettatore esterno l’occupazione dell’Italia settentrionale da parte delle forze naziste e la nascita della Rsi di Mussolini.

Raggiunto, nel giugno del 1944, dal bando di reclutamento della Repubblica di Salò, che richiamava alle armi per incrementare le fila delle forze fasciste, decise di non rispondere all’invito a presentarsi presso la locale caserma e fu, di conseguenza, dichiarato renitente alla leva e, dunque, disertore. Le implicazioni di tale scelta portarono P. a dover lasciare forzatamente i corsi universitari che stava seguendo. Turbato da questi eventi si ritrovò sfollato a Monte San Pietro ed ebbe diversi contatti con la brigata «Stella rossa», formazione partigiana guidata da Mario Musolesi «Lupo» che operava nell’alta valle del Santerno e, successivamente, venne invitato da Gilberto Remondini, suo compagno di studi, a raggiungere la II brigata «Jacchia» che operava nella valle del Sillaro. Non riuscendo però ad aggregarsi a quest’ultima banda, decise di dirigersi presso la XXXVI brigata garibaldina «Alessandro Bianconcini» che in quel momento era ferma nella valle del Santerno. Il 29 luglio venne accettato e, assunto il nome di battaglia di «Gianni», per la prima volta gli venne affidato l’incarico di responsabile del servizio sanitario.

Dopo aver partecipato a diverse operazioni, nel corso del settembre del 1944, successivamente alla temporanea divisione della brigata allo scopo di evitare i rastrellamenti delle forze tedesche, scrisse al compagno Luciano Bergonzini, che sapeva che non avrebbe potuto rivedere per qualche tempo. Con lucida obiettività in questa lettera analizzò i movimenti della formazione, ma diede anche un significato del tutto personale alla lotta di liberazione che si stava combattendo, affermando: «Caro Luciano, mi è parsa giusta la decisione del comandante Bob di dividere la Brigata in quattro battaglioni d’assalto e di passare all’offensiva su Bologna e Imola. Penso, però, e la cosa mi addolora, che non tutti ci ritroveremo dopo la battaglia. È inutile illudersi: sarà dura, molto dura e i fatti ci metteranno ancora una volta alla prova. Al di là di queste montagne, si dice, c’è la libertà. Io personalmente ne dubito. Sarebbe meglio dire che vi sarà la libertà se noi sapremo esserne i portatori e se riusciremo a trasferire nelle città e in tutto il paese i principi di lealtà e di amicizia che qui abbiamo saputo istituire e difendere»; ed ancora, pensando a un’Italia libera dall’occupazione straniera, scrisse: «te lo dico con tutta franchezza, io ho paura che questa nostra libertà si disperda nei compromessi e nelle lotte politiche non sempre pulite: le notizie che a tal proposito si hanno dal sud mi intristiscono; mi sembra che si rimettano i destini della libertà nelle mani di coloro che al fascismo non hanno opposto che una ben miserevole resistenza!». Terminava il proprio pensiero con un richiamo all’attuale battaglia: «Ma ora ci sono i problemi dell’immediato domani e converrà pensare a quelli. Ritorneremo all’attacco, questo è l’importante. E libereremo la nostra Bologna. In città faremo una festa che non finirà mai e cacceremo via di torno gli attesisti e i vili. Quelli che non hanno preso posizione sono i veri e permanenti nemici della libertà: basterà un niente per farli ridiventare fascisti. So che molti miei amici di ieri saranno fra questi e la cosa mi avvilisce. Il tempo stringe. Anch’io avrò la mia arma: una fiammante rivoltella tedesca che Giorgio, il nostro mitragliere, ha recuperate dopo uno scontro nella strada».

Nel corso di settembre si venne a trovare a sostare con la sua formazione in una casa colonica in località Cà di Guzzo. Fu in questa momentanea sistemazione che la brigata venne localizzata e fatta obiettivo di una forte offensiva da parte delle forze nemiche che, incalzate dagli alleati, stavano in tutta fretta arretrando dalla Linea Gotica. Un reparto tedesco, guidato da delatori, circondò i partigiani che furono costretti a ingaggiare battaglia per riuscire a spezzare l’assedio e ritirarsi dalla vallata.

La resistenza approntata permise ai partigiani sopravvissuti di aprire un varco tra le file nemiche, riuscendo così ad allontanarsi dall’accerchiamento e salvarsi da sicura sconfitta. Nonostante questo parziale successo, numerosi erano gli uomini feriti e debilitati lasciati nella casa che si era occupata per la sosta in Cà di Guzzo. P., visti gli eventi, decise di rimanere insieme ai compagni che avevano bisogno di cure mediche, rifiutando di trovare riparo nella ritirata insieme agli altri partigiani. Rimase, dunque, con quanti dovevano essere soccorsi, pur sapendo che a breve sarebbe stato raggiunto dalle forze tedesche. Prevedibilmente catturato senza ulteriore battaglia, P. venne risparmiato e aggregato al contingente tedesco in qualità di medico, mentre tutti i feriti che stava soccorrendo e i civili presenti nella zona vennero uccisi nel corso della giornata.

Dopo tre giorni, il mattino del 30 settembre 1944, completata la sua opera di assistenza ai militari tedeschi che erano stati feriti durante il combattimento con la formazione partigiana, P. venne colpito a morte con una pallottola in fronte da un ufficiale tedesco. Il suo corpo fu abbandonato in località Le Piane e ritrovato qualche mese dopo dalla popolazione locale che, riconoscendolo, lo seppellì nel cimitero di Pancaldoli. Solo nell’ottobre del 1945, a guerra terminata, la salma di P. venne riesumata per poter celebrare i funerali a Imola, per poi tumulare nuovamente il corpo nel monumento ossario posto al cimitero della Certosa a Bologna.

La sua memoria venne coltivata nei mesi successivi alla sua morte. Quando la lotta di liberazione era ancora in atto, alla memoria di P. fu dedicata la costituzione di un plotone di partigiani attivi nel gruppo di combattimento «Legnano». Al termine del conflitto mondiale, quale studente caduto in guerra, l’Università di Bologna in data 7 dicembre 1946 decise di conferirgli la laurea «honoris causa» proclamandolo dottore in Medicina e chirurgia.

Il 30 ottobre 1946 alla memoria di P. venne assegnata la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di partigiano combattente e la seguente motivazione: «Studente universitario del V anno di medicina, si arruolò nella 36° Brigata garibaldina, assumendo la direzione del servizio sanitario. Durante tre giorni di aspri combattimenti contro soverchianti forze tedesche, si prodigò incessantemente ed amorevolmente a curare i feriti e quando il proprio reparto riuscì a sganciarsi dall’accerchiamento nemico, non volle abbandonare il suo posto e, quale apostolo di conforto, conscio della fine che l’attendeva, restò presso i feriti affidati alle sue cure. Ma il nemico sopraggiunto non rispettò la sublime altezza della sua missione e barbaramente lo trucidò. Esempio fulgido di spirito del dovere e di eroica generosità. Cà di Guzzo (Romagna), 30 settembre 1944».

Onorificenze

Studente universitario del V anno di medicina, si arruolò nella 36° Brigata garibaldina, assumendo la direzione del servizio sanitario. Durante tre giorni di aspri combattimenti contro soverchianti forze tedesche, si prodigò incessantemente ed amorevolmente a curare i feriti e quando il proprio reparto riuscì a sganciarsi dall’accerchiamento nemico, non volle abbandonare il suo posto e, quale apostolo di conforto, conscio della fine che l’attendeva, restò presso i feriti affidati alle sue cure. Ma il nemico sopraggiunto non rispettò la sublime altezza della sua missione e barbaramente lo trucidò. Esempio fulgido di spirito del dovere e di eroica generosità. Cà di Guzzo (Romagna), 30 settembre 1944.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.
  • Gian Giuseppe Palmieri, Gianni Palmieri 1921-1944, Steb, Bologna 1946.
  • Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945). Dizionario biografico, Vol. IV, Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1995, pp. 344-345.
  • Luciano Bergonzini, La Resistenza a Bologna: testimonianze e documenti, Istituto per la Storia di Bologna, Bologna 1980, pp. 409-411.

Hanno fatto parte di Gioventù italiana di Azione cattolica anche:

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