Pironi Pietro

Pietro Pironi
Immagine: la Resistente-Cesena
Nome: Pietro
Cognome: Pironi
Luogo di nascita: Gattolino
Provincia/stato: Cesena
Data di nascita: 20/02/1922
Luogo di morte: Monaco di Baviera
Provincia/Stato morte: Germania
Data di morte: 29/08/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Pietro Pironi nacque il 20 febbraio del 1922 a Gattolino, località nei pressi di Cesena, da Primo e Malvina Rocchi, primo di tre figli. La famiglia, di modeste condizioni economiche, traeva il proprio sostentamento dalla cura dei campi tenuti a mezzadria prima a Gattolino e, successivamente, nella vicina frazione di Ronta.

A seguito dell’improvvisa morte del padre, la famiglia fu costretta a spostarsi diverse volte per poi tornare definitivamente a Gattolino. Qui P. ebbe modo di frequentare le classi elementari e, nell’ottobre del 1933, di entrare nel Seminario diocesano di Cesena per iscriversi agli studi ginnasiali. Proprio durante il periodo di formazione scolastica partecipò con serietà e dedizione alle attività della parrocchia, rendendosi disponibile per insegnare il catechismo ai bambini, suonare il pianoforte durante la messa domenicale e animare il gruppo di giovani che frequentava l’oratorio. Questo attivismo sfociò, quasi naturalmente, nella sua adesione alla Giac cittadina dove, nel corso del tempo, venne designato per assumere incarichi di responsabilità fino a divenire, per decisione dell’allora assistente don Pietro Burchi, presidente del circolo parrocchiale.

Al termine dell’anno scolastico 1940-1941 P. conseguì, da privatista, il diploma di abilitazione magistrale presso l’istituto Valfredo Carducci di Forlimpopoli. Il 25 febbraio del 1941, anticipando la chiamata al servizio sotto le armi, decise di arruolarsi con ferma volontaria di tre anni nella Guardia di finanza, vedendosi assegnato alla Scuola alpina di Predazzo, in Val di Fiemme. Terminato il periodo di addestramento militare, nel corso di luglio dello stesso anno il giovane si vide mobilitato con la brigata Livorno Calate per la difesa delle coste, quindi l’ottobre successivo fu destinato con il II battaglione della Regia guardia di finanza dislocato sul fronte albanese. Proprio in quest’ultima destinazione, durante uno scontro armato sostenuto dalla sua compagnia per respingere l’assalto di forze ribelli, rimase seriamente ferito all’anca sinistra. L’infortunio lo costrinse prima a spostarsi per diversi ospedali da campo e, successivamente, a trascorrere un lungo periodo di convalescenza a casa prima di essere ritenuto nuovamente idoneo per il servizio. Rimessosi completamente, il 5 aprile del 1942 fece ritorno in Albania dove rimase fino alla caduta del regime. Tornato a casa in licenza venne sorpreso dall’annuncio della ratifica dell’armistizio di Cassibile che poneva fine alle ostilità con gli angloamericani ma, al contempo, lasciava drammaticamente aperto il nodo circa i rapporti da tenere con l’ex alleato germanico e non permetteva ai militari dislocati all’estero di avere direttive chiare e precise sul da farsi. In questo contesto così delineato, P. si vide aggregato all’ufficio della Gdf di Cesena e poté quindi rimanere in patria.

Già nei giorni successivi all’8 settembre, però, venne a conoscenza dell’avvenuta cattura da parte dei tedeschi dei suoi commilitoni che erano rimasti in Albania e della loro deportazione verso i campi in Germania. Questa notizia lo indusse a riflettere sulla sua condizione e, probabilmente, ebbe particolare influenza sulla sua scelta di non rispondere alla chiamata alle armi pervenutagli dalla Rsi. Datosi alla macchia per non essere raggiunto dagli apparati di controllo nazifascisti, P. ebbe modo in questo periodo di conoscere e incontrare più volte Elmo Sasselli, antifascista di lunga data e militante del Pci, con il quale cominciò a ipotizzare una sua adesione al movimento resistenziale.

Il 7 marzo del 1944, infine, il giovane decise di inserirsi tra le fila dell’8ª brigata Garibaldi «Romagna», allora comandata da Riccardo Fedel (nome di battaglia «Libero Riccardi»), dove prestava servizio in qualità di medico anche Benigno Zaccagnini. Dopo un breve periodo di formazione, visto il suo passato militare, a P. venne affidato il comando di una formazione composta da circa un centinaio di uomini e gli fu assegnato il grado di capo squadra di compagnia. Il suo impegno nella lotta partigiana, però, non durò a lungo visto che nel corso dell’aprile dello stesso anno la brigata, ancora in fase di organizzazione e sistemazione, venne sorpresa da un vastissimo rastrellamento condotto da militi della divisione Göring della Wehrmacht, che puntavano a stroncare sul nascere le sacche di Resistenza operanti nella zona. Visto l’enorme squilibrio di forze in campo, le fila partigiane furono duramente colpite dalle operazioni tedesche e diversi responsabili del movimento resistenziale vennero individuati e posti in stato di arresto. Il 15 aprile lo stesso P. fu raggiunto da una formazione tedesca mentre si trovava insieme ai suoi uomini e fu costretto ad arrendersi dopo un breve scontro a fuoco nei pressi di Spinello. Tradotto a Firenze, al gruppo di partigiani al suo comando venne data la possibilità di aderire alla Rsi e arruolarsi tra le fila dell’Esercito nazionale repubblicano oppure essere deportati in Germania in un campo di concentramento. Non è possibile ricostruire precisamente quanti fecero la scelta di passare con i repubblichini convinti dalla possibilità di rimanere in patria, ciononostante P. e un ampio gruppo di suoi compagni scelsero la via dell’internamento.

Giunto in Austria già il 26 aprile, il giovane venne assegnato al lavoro presso una ditta di commercio di legnami all’ingrosso, il magazzino R.M. Vasilico di St. Johann in Tirolo, e come taglialegna presso il bosco nella regione dell’Ennstal, nei pressi di Senon d’Enz. La condizione di lavoro in questo periodo non fu per lui particolarmente proibitiva visto che diverse furono le lettere spedite alla famiglia nelle quali egli affermava di essere trattato con particolare riguardo. A questo, peraltro, va aggiunto che dopo la sua morte il titolare della ditta scrisse una lunga lettera alla fidanzata del giovane dove descrisse ampiamente i buoni rapporti che si instaurarono in quel periodo con il ragazzo: «Pironi Pietro con i suoi compagni Sottili Remo, Bonciani Goffredo, Poggesi Vasco, Sbigoli Giuliano erano stati assegnati alla nostra ditta e furono da noi mandati nell’Ennstal ad abbattere un bosco. Li abbiamo trattati bene sotto ogni rapporto e fatto ogni possibile per renderli soddisfatti. Mentre loro stessi ci hanno scritto anche dal carcere confermando che stavano da noi proprio bene e trovavano di aver agito molto male verso di noi [per] essere fuggiti dal posto di lavoro e sui confini italiani dopo aver fatta resistenza alla forza armata e arrestati sono stati portati al tribunale di Salisburgo» e concludeva «ci duole assai di non aver potuto fare umanamente di più per il vostro fidanzato e gli altri compagni suoi e di dovervi proprio noi mandare tale notizia che leva per sempre ogni vostro sogno di felicità futura con lui».

Approfittando della vicinanza dell’Ennstal ai confini italiani, infatti, nella metà di giugno del 1944 P. e altri cinque compagni di prigionia tentarono di mettere a punto un piano di fuga che permettesse loro di scappare dal campo senza essere scoperti. Individuati da un gendarme che controllava le uscite della struttura, però, i cinque vennero catturati e condotti in carcere a Salisburgo. Processati dal tribunale locale il 2 agosto successivo, vennero condannati a morte per il tentativo compiuto. Ascoltata la sentenza, P. ebbe modo di scrivere alla madre per comunicarle il verdetto del tribunale e per salutarla per l’ultima volta: «Ti abbraccio, io muoio tranquillo, certo di aver fatto il mio dovere per la patria fino all’ultimo». Presentata domanda di grazia, pur trovando l’appoggio del titolare della ditta per la quale lavoravano, che interessò della questione persino l’ambasciata d’Italia a Berlino, qualche giorno dopo si videro negata qualsiasi possibilità di salvezza. Il 19 agosto venne dunque trasferito a Monaco di Baviera, nel carcere di München-Stadelheim, per attendere l’esecuzione della condanna. Il 29 dello stesso mese scrisse alla fidanzata: «È tanto tempo che non hai ricevute mie notizie, vero? Ebbene oggi voglio inviartene una. Sono condannato alla decapitazione. Sento ora nel mio cuore la voce di Gesù che mi dice: − Oggi sarai con me in Paradiso −. Non piangere, ma prega per me, che io pregerò per te dal cielo. […] Ti attendo lassù in cielo, Marisa cara, vado a prepararti il posto». Qualche ora dopo venne condotto davanti al patibolo per l’esecuzione della condanna a morte.

Il 26 febbraio 1957 alla memoria di P. venne conferita la croce al merito di guerra.

Onorificenze

Fonti e bibliografia

  • Istorecofc, Fondo 8a Brigata Garibaldi, fasc. Pietro Pironi.
  • Caudio Riva, Pietro Pironi. Ribelle per amore (1922-1944), Banca di Cesena, Cesena 2007.
  • Piero Malvezzi, Giovanni Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana: 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Einaudi, Torino 2003, p. 297.

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