Sordo Narciso

Immagine: Archivio diocesano Tridentino
Immagine: Archivio diocesano Tridentino
Nome: Narciso
Cognome: Sordo
Luogo di nascita: Trento
Data di nascita: 15/01/1899
Luogo di morte: Mauthausen
Provincia/Stato morte: Austria
Data di morte: 13/03/1945
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Narciso Sordo nacque a Castello Tesino, piccolo comune in provincia di Trento, il 15 gennaio del 1899 da una famiglia molto numerosa, settimo di undici figli.

Terminate le scuole elementari nel paese natale, nel 1911 cominciò gli studi ginnasiali a Trento, presso il collegio arcivescovile. A sedici anni, però, quando l’Italia dichiarò guerra all’Impero austroungarico, rifiutò l’arruolamento nell’esercito e cercò di fuggire insieme al padre allo scopo di attraversare il confine e recarsi in Italia. Fallito il tentativo, i due furono costretti a scontare il confino politico a Vienna per tutta la durata del conflitto. Fu proprio nella capitale austriaca che, nonostante le gravi difficoltà economiche e le conseguenti privazioni, il giovane riuscì a proseguire gli studi e a completare il liceo e, nel contempo, a imparare la lingua tedesca.

Conclusa la guerra, S. seguì la famiglia e fece ritorno a Castello Tesino dove, nel 1919, entrò nel seminario di Trento. Nel giugno del 1922 venne ordinato sacerdote dal vescovo Celestino Endrici e il mese successivo poté celebrare la sua prima messa nel paese natale. Ad agosto dello stesso anno venne destinato nella cittadina di Arco dove, in qualità di cappellano, rimase fino al settembre del 1926 dedicandosi attivamente allo sviluppo delle attività del locale circolo parrocchiale. Fu proprio grazie a questo suo dinamismo che, notato dal vescovo Endrici, venne richiamato a Trento come cappellano nella parrocchia del Duomo allo scopo di insegnare religione alla scuola media annessa e di ravvivare la vita dell’associazione Giac Pier Giorgio Frassati. Nel settembre del 1928 gli fu affidata la carica di prefetto di disciplina al Collegium episcopale e, tre anni dopo, ebbe la stessa carica nel collegio arcivescovile del capoluogo trentino. Fu durante questo periodo denso di impegni che, con grande sacrificio, riuscì a frequentare l’Istituto cattolico di studi sociali a Bergamo fino al conseguimento della laurea.

Nel 1934, lasciata Trento, venne designato dal vescovo in qualità di censore e prefetto di disciplina all’istituto agrario di San Michele all’Adige dove rimase per i successivi cinque anni. In questa occupazione dovette affrontare le pressioni degli apparati del regime fascista che, interessati ad assicurarsi il controllo delle istituzioni scolastiche, posero l’attenzione sulla sua figura. In effetti, già nel 1930, dimostrando un certo atteggiamento critico verso l’esteriorità tipica delle manifestazioni dell’ideologia fascista, egli aveva scritto: «Sappiate che la patria ha bisogno non di quelli che gridano “viva la patria!”, che sanno parlare di patria ma non sanno fare un sacrificio, la patria ha bisogno di figli colti, amanti del lavoro e del sacrificio. Non si serve la patria sfruttandola, ma aiutandola con l’opera e con l’intelligenza».

All’inizio dell’anno scolastico 1939-1940 don S. venne richiamato a Trento per assumere l’incarico di viceassistente diocesano degli Uomini di Azione cattolica. Per tre anni ricoprì questo ruolo, impegnandosi in particolar modo a mantenere salde le fila dell’associazione nonostante la continua perdita di dirigenti richiamati sotto le armi e dedicandosi con costanza alla formazione dei soci e nell’organizzazione di convegni e giornate di formazione su temi di stretta attualità. Visto il carisma ottenuto durante questo periodo di fervente attività, nell’ottobre del 1942 venne inviato nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Bolzano con il difficile incarico di diffondere tra gli operai della zona industriale la dottrina sociale della Chiesa, oltre che di svolgere le funzioni di cooperatore parrocchiale e insegnante di religione nelle scuole medie.

Fu in questa nuova destinazione che S., dopo la firma dell’armistizio di Cassibile tra l’Italia e le forze alleate, assistette all’immediata occupazione della regione da parte delle truppe della Wehrmacht e alla formazione della cosiddetta Zona d’operazioni delle Prealpi, sotto l’amministrazione del Terzo Reich, anche se formalmente facente parte della Repubblica sociale italiana. Visto il pericolo di rimanere a Bolzano, il sacerdote decise di far ritorno a Castello Tesino dove, per aiutare la popolazione locale, si spese per istituire e dirigere un centro scolastico per permettere agli studenti ginnasiali e liceali della zona di continuare negli studi e non perdere l’anno.

Nell’estate del 1944 S. prese contatti con i comandi del battaglione partigiano Gherlenda, banda che operava ormai da diverso tempo nella zona della Valsugana. Pur non partecipando direttamente alle operazioni del gruppo, egli volle assicurare l’assistenza spirituale e un attivo supporto per nascondere ricercati e renitenti alla leva. Visto il suo continuo impegno, in seguito a un’azione di rastrellamento decisa dai nazisti, il 10 ottobre S. venne arrestato una prima volta e, dopo essere stato interrogato, rilasciato per mancanza di prove contro di lui. Il mese successivo, però, il sacerdote venne sorpreso nella casa di un partigiano e fu nuovamente catturato, iniziando un lungo peregrinare tra le carceri trentine di Roncegno, Borgo e, quindi, nel blocco E del campo di prigionia di Gries-Bolzano come prigioniero politico.

Fatto oggetto di torture e sevizie di ogni genere, il 29 dicembre riuscì a scrivere alcune righe da recapitare ai nipoti che, seppur incompiute, possono essere considerate un vero e proprio testamento spirituale: «Carissimi, vi sono dei momenti nella vita in cui lo spirito è messo nella condizione di vivere intensamente e a progredire ed ingigantire o essere soffocati ed immiserire. Per noi tutti questo è un tale tempo. Ed io ho tutta la convinzione che per noi questo tempo vi faccia e ci faccia profondamente ed estesamente crescere nello spirito. […] La mia preghiera, che in questo tempo, cerco sia maggiore, ha sopra tutto questo intento nelle mie intenzioni: che il Signore ci conceda la grazia che noi tutti sappiamo superare il momento da cristiani consci della loro condizione e così che l’anima nostra, purificandosi sempre più si elevi e si avvicini al divino Esemplare Gesù Cristo Salvatore. […] Ma perché sia così ciascuno deve metterci la sua parte. Mettersi davanti a Dio e chiedere a Dio di ricavare il massimo frutto dalla sofferenza insieme alla perfetta rassegnazione e sottomissione alla sua santa volontà».

Trasferito ancora una volta da Bolzano al campo di Mauthausen nei primi giorni di gennaio del 1945, vista la sua conoscenza della lingua tedesca gli venne attribuito il compito di interprete. Pur potendo scegliere di continuare in questa opera, decise comunque di seguire i compagni di prigionia per continuare ad assisterli spiritualmente e si vide destinato al servizio di trasporto morti nel sottocampo di Gusen II dove, a causa degli stenti e dei maltrattamenti subiti, morì il 13 marzo del 1945.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Giac, b. 776, fasc. Sobrero-Susinelli.
  • AdT, Fondo Azione cattolica italiana, Serie Unione uomini di Azione cattolica, b. 9; b. 485, fasc. Sacerdoti vittime.
  • Angelo de Gentilotti, Don Narciso Sordo: da Trento a Mauthausen per l’olocausto, Tip. Pio Mariz, Bolzano 1946.
  • Michele Niccolini, Don Narciso Sordo diocesano: Castello Tesino 1899 Mauthausen 1945, Centro Missionario Diocesano, Trento 2000.
  • Giuseppe Ferrandi, La Resistenza di don Narciso Sordo, in «Archivio Trentino», 49 (2000), 1, pp. 17-24.

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