Vannucci Paolo

Immagine: Isacem, Fondo Giac
Immagine: Isacem, Fondo Giac
Nome: Paolo
Cognome: Vannucci
Luogo di nascita: Martinez
Provincia/stato: California (Usa)
Data di nascita: 27/10/1917
Luogo di morte: Gruda
Provincia/Stato morte: Croazia
Data di morte: 18/09/1943
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Paolo Vannucci nacque a Martinez, in California, il 27 ottobre 1917 da Paolo ed Eufelia Acerbi. La famiglia, originaria di Suvereto, piccolo comune in provincia di Livorno, si era da qualche tempo trasferita negli Stati Uniti alla ricerca di una migliore condizione economica. Quando V. compì due anni, però, il padre morì sul luogo di lavoro a causa di un gravissimo incidente e, vista l’impossibilità di sostenersi da sola all’estero, la madre decise di ricongiungersi ai parenti e di far ritorno a Suvereto col figlio. Negli anni giovanili V. frequentò le scuole elementari del paese e fu prima aspirante e poi socio effettivo del locale circolo giovanile dell’Azione cattolica. Iniziati gli studi ginnasiali nel seminario vescovile di Massa Marittima, passò per lo studio superiore all’istituto magistrale di Livorno al termine del quale, ottenuto il diploma, fu nominato insegnante elementare.

Volendo continuare il percorso di studi per provare a migliorare la sua condizione sociale, V. decise di iscriversi alla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università degli studi di Firenze. Fu però già durante il suo primo anno accademico che si vide richiamato sotto le armi per attendere al servizio di leva e fu ammesso, il 31 maggio 1941, al periodo applicativo nella scuola allievi ufficiali di Spoleto. Promosso al grado di sottotenente di fanteria nell’ottobre dello stesso anno, si vide destinato al 28° reggimento fanteria, quindi al 94° e, infine, al 120° della divisione Emilia, mobilitato di stanza in Montenegro, prendendo ufficialmente servizio dal 1° dicembre.

Imbarcatosi a Bari il 23 marzo del 1942, sbarcò due giorni dopo a Cattaro, città montenegrina afferente al Governatorato della Dalmazia, per assumere il comando di un plotone di mitraglieri della 1ª compagnia del 120° reggimento della divisione Emilia. Fu in questa nuova destinazione che V. venne raggiunto dalla notizia della firma dell’armistizio di Cassibile che, pur ponendo fine alle ostilità con gli angloamericani, lasciava drammaticamente aperto il nodo circa i rapporti da tenere con l’ex alleato germanico. In particolar modo, vista l’ambiguità degli ordini provenienti dal governo Badoglio e l’incertezza dei comandi militari sull’opportunità di resistere all’inevitabile occupazione tedesca della Dalmazia, i reparti cominciarono a sbandarsi e diversi suoi commilitoni decisero di lasciare il loro posto per trovare una via di fuga e non rischiare la deportazione in Germania. Già il 9 settembre, infatti, la Wermacht attaccò le guarnigioni italiane per occupare il territorio e annetterlo allo Stato indipendente della Croazia.

Nella zona di Cattaro, ritenuta di fondamentale importanza per la sua posizione strategica dal punto di vista militare, fu invece approntato un tentativo di difesa da parte di alcune divisioni del Regio esercito che non intendevano consegnare le armi nelle mani nemiche. Invece di arrendersi ai tedeschi, infatti, il sottotenente V. schierò il suo plotone a Gruda, nelle cosiddette Bocche di Cattaro, cercando di sfruttare la caratteristica morfologia del territorio per sopperire alla evidente disparità della forza numerica messa in campo dai due schieramenti. Il tentativo di resistenza sarebbe servito, nell’idea del giovane sottotenente, per permettere ai restanti reparti della divisione di sganciarsi con successo dal nemico e imbarcarsi per l’Italia già liberata dagli Alleati.

Dopo aver ingaggiato battaglia con le avanguardie tedesche, il reparto di V. rispose al fuoco senza abbandonare la propria postazione e, nel corso della giornata, solo quando l’avanzata nemica si fece troppo difficile da contenere, egli comandò ai suoi uomini un ordinato ripiegamento nelle linee difensive più arretrate, continuando il combattimento. Lo scontro durò alcuni giorni fino a quando, il 15 settembre, vista l’ormai preoccupante penuria di munizioni, il sottotenente si convinse a coordinare un’ultima difesa, durante la quale venne seriamente ferito e, successivamente, catturato dai militi della Wermacht. Posto in stato di arresto, tre giorni dopo venne condannato a morte per rappresaglia e fucilato da un plotone di militi nazisti.

Nel dopoguerra gli venne conferita la laurea ad honorem in Lettere dall’Università degli studi di Firenze. Alla memoria del suo sacrificio, con decreto presidenziale del 15 marzo del 1951, venne tributata la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di sottotenente di complemento del 120° reggimento di fanteria e la seguente motivazione: «All’atto dell’armistizio, ligio alle leggi dell’onore militare, si schierava contro i tedeschi aggressori e al comando di un plotone mitraglieri partecipava a prolungato sanguinoso combattimento prodigandosi con ardore inesausto e felici iniziative per sostenere, da posizioni intensamente battute, la compagnia cui faceva parte, duramente impegnata. Caduti i tiratori si sostituiva ad essi e persisteva indomito nell’impari lotta a malgrado delle gravi perdite subite. Stretto da vicino, decimato, a corto di munizioni, costretto a ripiegare, opponeva successive resistenze che protraeva con stoica fermezza in epica mischia, benché conscio della sorte che gli era riservata in caso di cattura, data l’implacabile efferatezza del nemico. Catturato, affrontava imperterrito la fucilazione, martire sublime dell’assoluta dedizione al dovere. Gruda, Bukovina, Hombla (Balcania), 9-18 settembre 1943».

Onorificenze

All’atto dell’armistizio, ligio alle leggi dell’onore militare, si schierava contro i tedeschi aggressori e al comando di un plotone mitraglieri partecipava a prolungato sanguinoso combattimento prodigandosi con ardore inesausto e felici iniziative per sostenere, da posizioni intensamente battute, la compagnia cui faceva parte, duramente impegnata. Caduti i tiratori si sostituiva ad essi e persisteva indomito nell’impari lotta a malgrado delle gravi perdite subite. Stretto da vicino, decimato, a corto di munizioni, costretto a ripiegare, opponeva successive resistenze che protraeva con stoica fermezza in epica mischia, benché conscio della sorte che gli era riservata in caso di cattura, data l’implacabile efferatezza del nemico. Catturato, affrontava imperterrito la fucilazione, martire sublime dell’assoluta dedizione al dovere. Gruda, Bukovina, Hombla (Balcania), 9-18 settembre 1943.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.

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