Gotti Angelo

Immagine: Anpi Lombardia
Immagine: Anpi Lombardia
Nome: Angelo
Cognome: Gotti
Luogo di nascita: Villa d’Almè
Provincia/stato: Bergamo
Data di nascita: 04/11/1921
Luogo di morte: Valle Imagna
Provincia/Stato morte: Bergamo
Data di morte: 23/11/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Angelo Gotti nacque a Villa d’Almè, comune in provincia di Bergamo, il 4 novembre del 1921 da Giovanni e Francesca Cappelli. Assidua fu la sua presenza, durante gli anni giovanili trascorsi nel paese natale, negli ambienti dell’oratorio della parrocchia del paese e, ben presto, decise di iscriversi al locale circolo della Giac, dove ebbe modo di fortificare la sua formazione religiosa che lo indurrà, nel corso dei mesi passati in seno alla Resistenza, alla scelta di ricercare l’arruolamento tra le fila delle «Fiamme Verdi», formazioni partigiane particolarmente attive nella zona lombarda e di dichiarato orientamento cattolico.

Come molti suoi compagni di gioventù, al termine del suo percorso scolastico, G. venne assunto come operaio specializzato al canapificio-linificio nazionale di Villa d’Almè dove rimase fino al 1941, anno in cui fu costretto ad abbandonare le sue mansioni per rispondere alla chiamata per il reclutamento nel Regio Esercito. In questa sua nuova occupazione venne impiegato come autiere nel III Centro automobilistico dal gennaio 1941 all’aprile 1943. Fu proprio durante questi anni trascorsi sotto le armi che G. si ammalò e, dopo essere stato sottoposto a diverse visite mediche, nell’aprile del 1943 ottenne il definitivo congedo col grado di sergente maggiore per poter far ritorno nella terra natia allo scopo di ricevere le cure adeguate e assicurarsi un lungo periodo di convalescenza.

Tornato dunque a casa e preso domicilio nella residenza dei suoi genitori, vi rimase fino all’8 settembre 1943 quando, raggiunto dalla notizia della firma dell’armistizio di Cassibile, si impegnò immediatamente per prendere contatti con i propri compaesani che si erano rifugiati tra i monti circostanti e per inserirsi nelle processo di organizzazione della Resistenza che si andava profilando nel bergamasco.

G. decise, quindi, di raggiungere la formazione «Val Brembo», banda partigiana inquadrata tra le fila della brigata Fiamme Verdi «Primo Maggio», che si era costituita attorno alla figura di don Antonio Milesi «Dami», che lui conosceva bene per essere stato il curato dell’oratorio di Villa d’Almè durante gli anni della sua giovinezza. Posto il comando operativo presso Cascina Como, sul Monte Ubione, la brigata cominciò a operare tra la Valle Brembana e la Valle Imagna. G. ebbe modo di dimostrare ben presto il suo valore in battaglia e le sue capacità di comando nel corso delle azioni alle quali partecipò. Fu per questo suo fervente attivismo che venne nominato caposquadra con voto unanime dei membri della banda e fin da subito si adoperò nel coordinamento delle operazioni militari e di sabotaggio contro le forze nazifasciste.

In questo contesto si inquadra l’episodio della sua cattura da parte di un gruppo di militi fascisti. Quando, nel corso del novembre del 1944, il distaccamento di Sussia venne colpito da una violenta rappresaglia tedesca provocata dalle informazioni di un delatore, don Milesi decise di inviare G. al comando tattico presso Cascina Como perché, temendo nuove offensive nazifasciste, era essenziale avvertire la formazione della necessità di rompere le fila e allontanarsi al più presto da quelle zone. Il 23 novembre dunque, insieme al suo compagno e compaesano Emanuele Quarti, partì in direzione del monte Ubione, nella Valle Imagna.

Mentre si muovevano verso la loro meta, furono assaliti, all’altezza del Passo del Catt, da un drappello di militi repubblichini della 612ª Compagnia di Ordine Pubblico, guidata da Alberto Resmini, che intimarono loro di arrendersi senza opporre resistenza. Immediatamente i due si dettero a una fuga precipitosa per trovare riparo, ma a nulla valse il tentativo di mettersi in salvo. Mentre infatti Quarti riuscì in maniera fortunosa a raggiungere un nascondiglio di fortuna, G. venne immediatamente raggiunto da una raffica di mitra alla spalla e, ferito gravemente, dovette subire la cattura dal manipolo di camicie nere e fu condotto in un luogo isolato.

Trovandosi in possesso di un documento che dimostrava il suo impiego come operaio presso il locale lanificio di Villa d’Almè, venne in un primo momento riconosciuto come innocente ma, a seguito della testimonianza del delatore giunto sul posto, G. fu dichiarato colpevole di collaborazione con la Resistenza del bergamasco e sottoposto immediatamente a un duro interrogatorio per ricavare informazioni sulla composizione e il dislocamento delle bande della zona. Fingendo di prestare servizio nelle formazioni partigiane solo in qualità di staffetta e, dunque, di non conoscere dettagli e piani di attività, si impegnò a non rivelare nessuna indicazione utile ai suoi aguzzini, anche dopo aver subito diverse torture e sevizie.
Per questo suo ostinato silenzio, dopo aver fatto legare G. a un albero, il comandante del gruppo di fascisti decise di fucilarlo in loco, senza aspettare il processo di un tribunale militare e la relativa condanna a morte. Il corpo senza vita di G. venne successivamente rinvenuto presso Cascina Como da suo fratello Cesco e dalla fidanzata Maria Cefis, che decisero di riportare la salma a Villa d’Almè e di tumularla presso il cimitero comunale del suo paese natale.

Con una nota in «Gazzetta ufficiale» del settembre 1953, alla memoria del sacrificio di G. venne decretata la medaglia d’oro al valor militare con il grado di sergente maggiore dell’esercito e partigiano combattente; nella motivazione dell’onorificenza si legge: «Valoroso combattente della lotta di liberazione, distintosi fin dall’inizio del movimento per iniziativa, per capacità di comando e per intrepido coraggio dimostrato in numerosi combattimenti, dopo quattordici mesi di indefessa attività, seriamente ferito cadeva nelle mani del nemico. Orrendamente torturato, resisteva con sovrumana forza d’animo ed intrepida fierezza nulla rivelando. Sanguinante e mutilato di un occhio veniva posto davanti ai fucili del plotone di esecuzione, ma prima di cadere, con esemplare coraggio rivendicava la sua appartenenza alle formazioni partigiane e la sua fedeltà alla Patria. Cascina Como in Valle Imagna (Bergamo), 23 novembre 1944».

Onorificenze

Valoroso combattente della lotta di liberazione, distintosi fin dall’inizio del movimento per iniziativa, per capacità di comando e per intrepido coraggio dimostrato in numerosi combattimenti, dopo quattordici mesi di indefessa attività, seriamente ferito cadeva nelle mani del nemico. Orrendamente torturato, resisteva con sovrumana forza d’animo ed intrepida fierezza nulla rivelando. Sanguinante e mutilato di un occhio veniva posto davanti ai fucili del plotone di esecuzione, ma prima di cadere, con esemplare coraggio rivendicava la sua appartenenza alle formazioni partigiane e la sua fedeltà alla Patria. Cascina Como in Valle Imagna (Bergamo), 23 novembre 1944.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.

Hanno fatto parte di Gioventù italiana di Azione cattolica anche:

ISACEM – Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI
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