Malvestiti Piero

Immagine: Wikipedia
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Nome: Piero
Cognome: Malvestiti
Luogo di nascita: Apiro
Provincia/stato: Macerata
Data di nascita: 26/06/1899
Luogo di morte: Milano
Data di morte: 05/11/1964
Ramo di Azione cattolica:
Partito politico:

Sommario

Note biografiche

Piero Malvestiti nacque il 26 giugno 1899 ad Apiro, in provincia di Macerata, da Giovanni e da Ernesta Garzonio, primo di dieci figli. Durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza i frequenti spostamenti del padre, ufficiale dei carabinieri, portarono M. in diverse città, fino a terminare gli studi di ragioneria a Bergamo, ospite del collegio S. Alessandro. Arruolatosi nel giugno 1917, nell’aprile successivo, dopo aver frequentato la scuola per ufficiali, fu inviato al fronte, dove venne decorato con la croce al merito di guerra. Dopo il congedo, nel 1921, entrò all’ufficio borsa della Banca popolare di Milano.

Educato in una famiglia di forti sentimenti cristiani, M. partecipò fin da giovane alla vita del movimento cattolico milanese. Un ruolo particolarmente incisivo nella sua maturazione intellettuale fu esercitato da don Francesco Olgiati, cui M. rimase sempre legato da forte amicizia.

Nel dopoguerra prese parte alle attività delle organizzazioni cattoliche, impegnandosi come propagandista dell’Azione cattolica e nelle file del movimento sindacale cattolico. Non s’inserì, invece, nel nascente Partito popolare italiano, verso il quale mantenne sempre, anche in anni successivi, un giudizio critico. Al contempo, militò nelle file dell’Unione nazionale reduci di guerra, assumendo in essa ruoli di responsabilità a livello provinciale. L’accondiscendenza nei confronti del fascismo manifestata da gran parte della dirigenza nazionale dell’organizzazione lo spinse, peraltro, a uscirne per dare vita alla Lega lombarda reduci di guerra, raggruppamento autonomo d’ispirazione cattolica. D’altronde, anche dopo la marcia su Roma, e ancora fino al 1926, M. ebbe modo in più di un’occasione di esternare la propria opposizione al fascismo, sia prendendo la parola pubblicamente (come avvenne in occasione della commemorazione di don Giovanni Minzoni a Milano, nell’agosto 1924, davanti alla basilica di S. Ambrogio), sia argomentando le proprie convinzioni in una serie di articoli intessuti di forti accenti sociali e patriottici, comparsi sulla stampa cattolica.

In essi, da un lato, formulava severe critiche nei confronti degli esponenti politici cattolici, ritenuti responsabili di non aver perseguito in maniera efficace la trasformazione profonda dello Stato liberale e di non essersi opposti con sufficiente fermezza all’ascesa del fascismo, dall’altro, sviluppava una prima analisi del fenomeno fascista – alla radice del quale indicava la presenza di elementi anticristiani, esiti della modernità – e al contempo prefigurava un primo abbozzo di alternativa a esso. A suo avviso, infatti, la crisi europea che aveva condotto al fascismo liberticida sarebbe stata superata in una restaurata cristianità, fondamento di nuovi equilibri sociali e politici. Furono queste le convinzioni di fondo che ispirarono il Movimento guelfo d’azione, organizzazione clandestina cui M. – formato, tanto dal retroterra reducista quanto da quello di militante cattolico, a un attivismo contrario a ogni forma di attendismo – diede vita nel 1928, insieme con Gioacchino Malavasi e con alcuni amici dell’ambiente cattolico milanese e bresciano.

Una scelta con cui venne superato, più da un punto di vista pragmatico che non da quello di una compiuta teorizzazione, il nodo problematico della liceità, per dei credenti, della resistenza a un regime politico considerato illegittimo. Intento del movimento era, innanzitutto, quello di denunciare davanti all’opinione pubblica nazionale e internazionale il carattere oppressivo della dittatura fascista. Lo scopo era quello di smuovere ed educare le coscienze di un popolo che avrebbe dovuto trovare nella propria identità cristiana le sorgenti di una rinnovata libertà e di un diverso assetto sociale.

Il movimento, radicato soprattutto nel territorio lombardo, si fece dunque promotore, a partire dal 1931, della diffusione di diversi manifesti. Sul piano politico il valore della libertà era assunto come elemento fondamentale; sul piano sociale la forte carica popolare era ispirata innanzitutto alle analisi della Rerum novarum (cui si affiancava una qualche suggestione in chiave classista). Questi due piani si intersecavano poi con quello religioso, declinato con accenti non privi di un certo integralismo e con l’attribuzione di un ruolo centrale al tema del «Regno di Cristo». Alla radice di tale complessa impostazione si collocava, evidentemente, l’articolata tradizione sociale e religiosa del cattolicesimo lombardo, dalle cui diverse anime il guelfismo di M. ereditava elementi ideali parzialmente eterogenei tra loro. La sostanziale compenetrazione tra la caratterizzazione religiosa e l’impegno politico dei guelfi, peraltro, non condusse mai alla ricerca di sostegni da parte della gerarchia ecclesiastica, che al contrario ne sconfessò esplicitamente l’operato.

Nel marzo 1933 i promotori del movimento furono individuati e tratti in arresto, per poi essere trasferiti nel carcere di Roma e qui processati dal Tribunale speciale, con l’accusa di cospirazione «contro il sentimento nazionale»: accusa respinta da M. in forza del rifiuto di identificare nazione e fascismo. Il 30 gennaio del 1934 venne condannato a cinque anni di reclusione, per scontare i quali, a causa della malattia alle vie respiratorie aggravatasi durante il periodo di carcerazione che aveva preceduto il processo, venne inviato a Pianosa. Tuttavia, anche in seguito all’interessamento di ambienti vaticani, ottenne la grazia, e tornò perciò in libertà quello stesso anno. Non gli fu consentito, però, riprendere il suo precedente lavoro. S’impiegò quindi come contabile presso varie industrie, finché non venne assunto all’ufficio borsa della Banca provinciale lombarda.

Nella seconda metà degli anni Trenta M. orientò la propria opposizione al regime in direzione di una più articolata riflessione culturale e politica, che lo vide confrontarsi in riunioni riservate, da un lato, con alcuni intellettuali appartenenti alla cultura laica milanese, dall’altro, con vecchi e nuovi amici del Movimento guelfo e con altri rappresentanti del cattolicesimo lombardo e nazionale. Le idee maturate in quegli anni trovarono espressione in un nuovo manifesto programmatico, la cui stesura in dieci punti (caratterizzati, tra l’altro, da una significativa prospettiva europeista) venne definita negli anni di guerra.

Nei primi anni Quaranta M. concorse in maniera decisiva al processo che, attraverso il non facile convergere tra gli ex popolari e gli esponenti guelfi, condusse alla creazione della Democrazia cristiana. Dopo una serie di contatti, l’accordo tra le due generazioni di antifascisti cattolici venne raggiunto durante un incontro tra M. (con altri guelfi) e Alcide De Gasperi, che si tenne nell’agosto 1942 a Borgo Valsugana. In seguito a ciò, si costituì una commissione mista, con i rappresentanti delle due componenti, che redasse il cosiddetto “programma di Milano” della Dc, documento per molti aspetti debitore ai “dieci punti guelfi” che venne reso noto all’indomani del 25 luglio 1943 insieme con una lunga presentazione, nella quale M. comunicava la confluenza del Movimento guelfo d’azione nel nuovo partito.

M. s’impegnò pubblicamente nell’organizzazione del partito e nel coordinamento che raggruppava le forze politiche antifasciste. Dopo l’8 settembre si trovò perciò esposto al pericolo della ritorsione nazifascista e, nel dicembre successivo, fu costretto a espatriare, trovando rifugio in Svizzera. Qui proseguì la lotta politica dando vita, insieme con altri esuli, a un battagliero foglio di elaborazione politica, «Libertà», e collaborando con altri periodici tra cui il quindicinale «In attesa». Il periodo di permanenza in Svizzera fu così occasione di confronto sia con le concezioni programmatiche delle altre forze politiche, sia con le diverse posizioni presenti all’interno della Dc. Già in questo periodo, del resto, emersero tra il gruppo dei guelfi e le diverse componenti sia nazionali sia lombarde del partito alcune difficoltà di rapporti, che almeno in parte segnarono anche la successiva esperienza politica del Malvestiti.

Nel settembre 1944 venne invitato da Ettore Tibaldi nella neocostituita Repubblica dell’Ossola, dove assunse la responsabilità della gestione delle finanze. Durante la ritirata dell’ottobre successivo subì un incidente, in seguito al quale fu ricoverato in gravi condizioni a Berna. Rientrato clandestinamente in Italia nell’aprile 1945, ebbe un ruolo importante nella preparazione della liberazione di Como.

Terminata la guerra, s’impegnò in modo particolare nell’animazione del dibattito programmatico e politico interno al partito, entrando a far parte, in occasione del primo congresso (aprile 1946), del Consiglio nazionale. Assunse anche, insieme con Luigi Meda, la direzione del settimanale della Dc lombarda, «Democrazia», schierandolo su posizioni nettamente repubblicane. Chiamò a collaborare alla testata numerose personalità del cattolicesimo lombardo (come don Primo Mazzolari, al quale fu legato da un’amicizia pluridecennale, iniziata nel periodo guelfo), facendo del settimanale la palestra di una vivace elaborazione ideale e programmatica, espressione soprattutto delle correnti di sinistra del partito.

Eletto consigliere comunale a Milano e deputato all’Assemblea costituente, nel maggio 1947 venne nominato sottosegretario alle Finanze nel quarto governo De Gasperi, per poi ricoprire lo stesso incarico al Tesoro nel quinto e nel sesto dei governi presieduti dallo statista trentino, durante i quali fu anche chiamato a presiedere il comitato Imi-Erp e il comitato tecnico misto italo-americano per il riarmo. Eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Milano-Pavia dal 1948 al 1958, divenne ministro dei Trasporti nel luglio 1951 e poi (dopo la breve parentesi dell’ultimo governo De Gasperi, nel quale non ricoprì alcun incarico) terminò la propria esperienza governativa come ministro dell’Industria e del commercio nel governo Pella, tra l’agosto 1953 e il gennaio 1954.

Nel 1958, dopo l’entrata in vigore del trattato di Roma, venne nominato, su indicazione del governo italiano, alla vicepresidenza della Commissione della Comunità economica europea (Cee). Gli incarichi a lui affidati non diminuirono allorché, nel settembre 1959, M. fu designato come Presidente della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), in una fase non facile per l’economia delle risorse energetiche europee.

Nel 1963 M. accolse la pressante richiesta proveniente da Aldo Moro e accettò di candidarsi nuovamente alle elezioni politiche, sempre nel collegio Milano-Pavia, come capolista per la Camera. La difficile battaglia per le preferenze lo vide tuttavia sconfitto: un responso accolto con naturale amarezza da M. Peraltro, egli entrò comunque a Montecitorio, subentrando come primo dei non eletti a Dino Del Bo, a sua volta nominato alla presidenza della Ceca, dalla quale lo stesso M., senza essere tenuto a farlo, si era anticipatamente dimesso.

M. morì a Milano il 5 novembre 1964.

Fonti e bibliografia

  • Archivio storico dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma, Fondo Piero Malvestiti.
  • Acs, Casellario politico centrale, b. 2964.
  • Camillo Brezzi, Piero Malvestiti, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, diretto da F. Traniello, G. Campanini, vol. II, Marietti, Casale Monferrato 1984, pp. 321-325.
  • Centro «G. Puecher» (a cura di), Piero Malvestiti nell’antifascismo e nella Resistenza, Milano 2000.
  • Paolo Trionfini, «L’antifascismo cattolico» di Gioacchino Malavasi, Edizioni lavoro, Roma 2004.
  • Matteo Truffelli, Piero Malvestiti, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 68, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2007.

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