Sbrilli Mario

Immagine: Scandicci ricorda il partigiano Mario Sbrilli, in «Nove da Firenze», 23 agosto 2019
Immagine: Scandicci ricorda il partigiano Mario Sbrilli, in «Nove da Firenze», 23 agosto 2019
Nome: Mario
Cognome: Sbrilli
Luogo di nascita: Firenze
Data di nascita: 13/02/1922
Luogo di morte: San Polo di Arezzo
Provincia/Stato morte: Arezzo
Data di morte: 14/07/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Mario Sbrilli nacque il 13 febbraio 1922 a Firenze da Alceo Agostino e Rina Rossi. Durante gli anni giovanili, trascorsi nel capoluogo toscano, attese agli studi medi e superiori e si inserì tra le fila del circolo Giac attivo presso la parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio, prendendo parte alle attività del gruppo che aveva in don Pio Carlo Poggi una guida spirituale e un punto di riferimento sempre attento alla realtà giovanile. Col passare del tempo, visto l’impegno e la dedizione profusi a favore dell’associazione, S. venne premiato con sempre maggiori responsabilità fino a raggiungere la carica di vicepresidente del circolo. Terminate le scuole superiori al liceo Michelangelo e ottenuto il diploma, decise di iscriversi alla Facoltà di Medicina all’Università degli studi di Firenze e, in questo periodo, si unì al circolo Fuci presente nell’ateneo.

Nel febbraio del 1943 fu richiamato sotto le armi mentre era al quinto anno di università e si vide assegnato alla VII compagnia di sanità di stanza a Firenze. In questa nuova destinazione fu raggiunto dalla notizia della caduta del regime fascista e, successivamente, da quella della firma dell’armistizio di Cassibile. Visto lo sbandamento del suo reparto e la mancanza di ordini univoci dai comandi militari, egli si decise a far ritorno a casa dove ebbe modo di constatare che don Poggi, futura medaglia di bronzo al valor militare, stava lavorando alacremente per tessere le fila dell’attività resistenziale e, soprattutto, per creare un nucleo di giovani che si opponesse alla dura occupazione tedesca. La parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio, infatti, divenne uno dei principali punti di riferimento dell’antifascismo fiorentino e un nascondiglio per le armi destinate alle formazioni partigiane. A più riprese, inoltre, il suo gruppo diede rifugio a numerosi ex militari, giovani renitenti alla leva e ricercati politici ed ebrei. Ma l’opera che diede maggior contributo alla causa del movimento resistenziale fu senz’altro la creazione di un piccolo ospedale da campo, organizzato da don Poggi nei locali di un antico ambulatorio dismesso, nel quale presero a operare diversi medici vicini alla causa partigiana. Tra essi vi fu anche S. che, regolarmente iscritto al quinto anno della Facoltà di Medicina, venne successivamente destinato dal parroco alla formazione garibaldina Pio Borri che operava nell’Alto Casentino, in provincia di Arezzo. Visti gli studi che stava sostenendo, al giovane fu affidata la responsabilità del servizio sanitario della Brigata.

Nel corso del mese di luglio del 1944, mentre l’esercito tedesco ripiegava in tutta fretta verso nord, il 274º reggimento corazzato della 94ª Infanterie-Division in azione di rastrellamento ingaggiò battaglia con un gruppo di partigiani accasermato in località Molin dei Falchi, in provincia di Arezzo, allo scopo di liberare dei commilitoni fatti prigionieri nelle giornate precedenti. Fu al termine del combattimento che, neutralizzato il tentativo di resistenza, il reparto germanico catturò quarantanove persone senza far distinzione tra militari e civili, comprendendo anche donne e bambini. Nella lista dei fermati vi fu anche S. che, pur potendo esibire la croce rossa – simbolo dell’attività in ambito sanitario – preferì rimanere con i prigionieri e, anzi, dichiararsi comandante del gruppo posto in stato di arresto per tentare di salvare i compagni. Il sergente alla guida delle operazioni di rappresaglia, però, non volle ascoltare le sue ragioni e ordinò a quanti erano stati catturati di muovere verso San Polo di Arezzo scortati da una pattuglia. Arrivati a destinazione, ai condannati fu comandato di scavarsi una fossa comune e, al termine del lavoro, l’ufficiale tedesco e alcuni suoi uomini cominciarono a colpirli con una grossa canna di gomma allo scopo di renderli incoscienti e seppellirli ancora vivi. Vista la difficile situazione e le urla di dolore e di terrore dei seviziati, S. decise di scagliarsi contro gli aguzzini per tentare di farli desistere dal loro intento. Bloccato dalle guardie addette al controllo della fossa, il giovane fu raggiunto da una raffica di mitra che lo lasciò a terra esanime. Dopo aver piegato anche questo ultimo tentativo di ribellione, il reparto tedesco procedette alla sepoltura del gruppo di prigionieri ancora vivi nelle fosse comuni predisposte per poi far esplodere l’intera area con l’utilizzo di bombe a mano, ponendo così fine all’eccidio che, nel dopoguerra, fu ricordato come la strage di San Polo.

Al termine della guerra, l’Università degli studi di Firenze concesse a S. la laurea honoris causa in Medicina e chirurgia. Nel 1952, con una nota nella «Gazzetta ufficiale», alla sua memoria venne decretata la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di partigiano combattente con la seguente motivazione: «Giovane partigiano già provato per fede e per dedizione alla Causa e segnalato per assistenza medica coraggiosamente prodigata nelle più difficili circostanze ai compagni feriti, accorreva di iniziativa là dove una delle formazioni affidate alle sue cure trovavasi gravemente impegnata da superiori forze tedesche. Chiusosi il cerchio intorno a pochi valorosi cadeva in mani nemiche insieme a numerosi feriti. Riconosciuto per medico nell’esercizio delle sue funzioni veniva lasciato in libertà mentre i tedeschi si apprestavano a trucidare i feriti. Generosamente egli offriva allora la sua vita in cambio di quella dei partigiani e, allo scopo di persuadere i carnefici, si dichiarava comandante responsabile. Non gli veniva dato ascolto ed i barbari cominciarono a gettare i prigionieri ancora vivi in una fossa. Animato da nobile sdegno Mario Sbrilli si lanciava sugli ufficiali schiaffeggiandoli e percuotendoli con disperata energia sino a che una scarica lo gettava esanime sopra i suoi compagni generosamente difesi. Nobile esempio di abnegazione e monito a quei soldati che con la ferocia disonorarono la divisa. S. Polo di Arezzo, 14 luglio 1944».

Onorificenze

Giovane partigiano già provato per fede e per dedizione alla Causa e segnalato per assistenza medica coraggiosamente prodigata nelle più difficili circostanze ai compagni feriti, accorreva di iniziativa là dove una delle formazioni affidate alle sue cure trovavasi gravemente impegnata da superiori forze tedesche. Chiusosi il cerchio intorno a pochi valorosi cadeva in mani nemiche insieme a numerosi feriti. Riconosciuto per medico nell’esercizio delle sue funzioni veniva lasciato in libertà mentre i tedeschi si apprestavano a trucidare i feriti. Generosamente egli offriva allora la sua vita in cambio di quella dei partigiani e, allo scopo di persuadere i carnefici, si dichiarava comandante responsabile. Non gli veniva dato ascolto ed i barbari cominciarono a gettare i prigionieri ancora vivi in una fossa. Animato da nobile sdegno Mario Sbrilli si lanciava sugli ufficiali schiaffeggiandoli e percuotendoli con disperata energia sino a che una scarica lo gettava esanime sopra i suoi compagni generosamente difesi. Nobile esempio di abnegazione e monito a quei soldati che con la ferocia disonorarono la divisa. S. Polo di Arezzo, 14 luglio 1944.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Righini, b. 26, fasc. 4.
  • Alfredo Merlini, Un giovane studente di medicina volontario dell’estremo sacrificio: Mario Sbrilli, in Carlo Gabrielli Rosi e Sergio Mariani (a cura di), Cuore 1944: Cento episodi della resistenza europea, Centro di educazione democratica, Lucca 1975, pp. 191-197.

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