Tani Sante

Immagine: Wikipedia
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Nome: Sante
Cognome: Tani
Luogo di nascita: Rigutino
Provincia/stato: Arezzo
Data di nascita: 15/06/1904
Luogo di morte: Arezzo
Data di morte: 15/06/1944
Ramo di Azione cattolica:
Partito politico:

Sommario

Note biografiche

Sante Tani nacque il 3 aprile 1904 in località Ottavo, sita nel comune di Rigutino in provincia di Arezzo, da Angiolo e Luisa Meacci detta Elisa. Cresciuto in una famiglia contadina di piccoli proprietari terrieri, trascorse i suoi anni giovanili in una agiata condizione economica. Rimase nella casa dei suoi genitori fino al compimento del sesto anno di età, quando venne affidato alle cure spirituali ed educative dello zio paterno, mons. Antonio Tani, canonico della cattedrale di Arezzo.

Compì gli studi superiori al liceo Francesco Petrarca di Arezzo dove ottenne il diploma nel corso del 1922. Nello stesso anno decise di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”, dove si laureò nel 1926 in diritto costituzionale, discutendo una tesi dal titolo Il governo parlamentare nella sua più recente evoluzione, con relatore il giurista Gaetano Mosca, antifascista della prima ora e firmatario del manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce.

Durante questi anni di formazione la sua partecipazione all’Ac fu attiva ed entusiasta, tanto che nel corso del primo dopoguerra divenne segretario e poi presidente del circolo giovanile cattolico intitolato al beato Gregorio X, di cui era responsabile insieme all’assistente don Carlo Tanganelli, figura che ritroverà nel corso della sua esperienza nella Resistenza aretina. In seguito T. fu nominato presidente della Federazione giovanile cattolica. In questo periodo partecipò a diversi convegni e manifestazioni diocesane della Gioventù cattolica locale, distinguendosi nei suoi interventi per indipendenza nelle proprie idee politiche e autonomia di vedute rispetto alle indicazioni date dalla gerarchia ecclesiastica, alla quale l’associazione era legata. Questa sua condotta gli attirò le simpatie del Ppi, partito al quale si iscrisse rimanendo al suo interno fino al forzato scioglimento del 1926. Fu proprio questa militanza, oltre alla sua partecipazione alla vita di Ac, a porlo al centro del risentimento delle formazioni di giovani fascisti che andavano costituendosi nell’aretino. Per questo motivo fu oggetto di ripetuti episodi di violenza, dovendo subire bastonature il 6 dicembre 1921 e, insieme ad altri compagni del circolo di cui era presidente, nell’aprile dell’anno successivo.

Spostatosi a Roma per frequentare i corsi universitari, aderì al circolo Fuci presente nella capitale. Fu in questi anni che, in aperto dissenso verso l’atteggiamento ritenuto accondiscendete che Pio XI rivolgeva nei confronti della politica del regime fascista, la Fuci decise di pubblicare un foglio, di cui direzione T. si assunse la responsabilità, di critica verso il pontefice. Alla stesura parteciparono anche figure importanti della Fuci romana, come Leone Cattani e Giuseppe Spataro.

Nel 1927 fu chiamato per il servizio di leva e si iscrisse alla Scuola allievi ufficiali di complemento a Lucca, venendo nominato sottotenente nell’aprile del 1928 e successivamente assegnato all’VIII reggimento artiglieria pesante di campagna. Rimase in servizio fino all’ottobre dello stesso anno, quando venne posto in congedo. Tornato alla sua professione, difese l’operaio comunista Dante Gallorini dall’accusa di propaganda sovversiva clandestina, procurandosi le prime attenzioni da parte della polizia fascista.

Decise di far ritorno ad Arezzo per riprendere la sua attività di avvocato, iscrivendosi all’albo dei procuratori e avviando, nel corso del 1930, un sodalizio lavorativo con Giovanni Droandi, anch’egli un intransigente antifascista. Trasferitosi presso il suo studio, lavorò alle sue dipendenze per alcuni anni, fino a quando, nel 1937, dopo aver ottenuto l’iscrizione nell’albo degli avvocati, ebbe modo di mettersi in proprio, aprendo il suo studio nella centralissima piazza Guido Monaco.

Durante gli anni che segnarono il punto di massimo consenso intorno al regime, T. rimase fermo nella sua convinzione di avversione nei confronti del fascismo, organizzando intorno alla sua figura e al suo studio legale il movimento antifascista aretino. A questo scopo cercò di mantenere costanti rapporti con figure di spicco del dissenso, spostandosi spesso verso Roma, dove aveva una fitta rete di conoscenze e di ex compagni di università. Nell’agosto del 1936, per aver criticato apertamente l’impresa etiopica e per aver affermato che «avrebbe preferito la sconfitta dell’Italia alla continuazione di una guerra incivile», si vide porre in diffida dalla questura e la vigilanza nei suoi confronti si intensificò. Nel gennaio del 1937 venne denunciato come sospetto di spionaggio in favore dei difensori della Repubblica democratica spagnola e posto sotto osservazione dall’Ovra. Per questa sua intensa attività fu posto sotto ulteriore sorveglianza dalla polizia fascista e fu aperto a suo nome un fascicolo nel casellario politico centrale. Nella scheda personale, sotto la voce «colore politico», si legge di lui la definizione di «antifascista».

Il 25 aprile 1939 si sposò con Vanda Verdi, conosciuta due anni prima, con la quale ebbe due figli, Roberto e Luisa. Nel settembre dello stesso anno venne però richiamato in servizio nel VII Reggimento artiglieria pesante di campagna che si trovava di stanza a Rosignano Solvay, in provincia di Livorno.

Divenuta la sua posizione troppo in vista alla polizia fascista, venne fermato e arrestato il 4 febbraio 1942 e spedito al carcere giudiziario S. Benedetto di Arezzo. Terminati tre mesi di detenzione preventiva, in cui dovette subire diversi interrogatori volti a estorcergli informazioni sul movimento «Giustizia e Libertà» con cui aveva avuto a lungo contatti, in particolare con Ludovico Ragghianti, Enzo Enriques Agnoletti e Tristano Codignola, lo condannarono a scontare quattro anni di confino politico. L’11 maggio 1942 T., insieme alla sua famiglia, venne quindi accompagnato nel paese di San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento, dove dovette rimanere per circa un anno, adoperandosi in lezioni private a giovani studenti, per riuscire a mantenere la moglie e i figli che lo avevano seguito.

Alla caduta del regime fascista, il 25 luglio 1943, ebbe la possibilità di tornare ad Arezzo. Raggiunse la sua città natale circa un mese dopo, il 24 agosto 1943, e si attivò immediatamente per riorganizzare la rete antifascista locale che faceva riferimento a lui. Insieme all’impegno verso il coordinamento locale, si mosse anche per allacciare contatti con il Cln, spostandosi più volte in direzione di Roma, accompagnato dal prof. Vincenzo Guadagno e da Elio Bottarelli. Nella capitale insieme a loro incontrò figure di rilievo della politica italiana tra cui il presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, Ugo La Malfa, in rappresentanza del Pd’A, Alcide De Gasperi, fondatore della Dc e Alessandro Casati, del Partito Liberale. Fu lo stesso Bonomi a dare mandato a T. di costituire il Cln nella provincia di Arezzo. Fu così che, accolte le sollecitazioni che provenivano da più parti, T. decise di istituire anche nella zona dell’aretino il Comitato di concentrazione antifascista. Il 2 settembre 1943 venne quindi convocata la prima riunione del costituendo organismo, alla presenza di trenta persone rappresentanti delle diverse idee politiche presenti localmente. T. ottenne la nomina di membro del Comitato come portavoce della Dc e venne eletto presidente con voto unanime di tutti i partiti presenti (Dc, Pli, PdA, Psi e Pci).

Nei primi mesi di formazione della Resistenza fu proprio T. a mantenere costanti i rapporti con Roma. Quando le truppe tedesche occuparono Arezzo il 12 settembre 1943 decise di abbandonare la città per poter continuare il proprio lavoro di organizzazione. Trascorsi pochi mesi con la famiglia nella piccola frazione di Casenovole, dove era parroco il fratello Giuseppe, decise di unirsi a una banda partigiana operante nella zona dell’Alpe di Catenaia. Nel gennaio del 1944, quindi, raggiunse il gruppo armato guidato dal maresciallo Zuddas, in passato comandante della stazione dei Carabinieri di Chiavaretto. La formazione che andava così costituendosi fu denominata prima «banda di Montauto», dal luogo nel quale operava, successivamente «banda Tani-Zuddas», dal nome dei suoi due comandanti.

A causa della sua posizione di ricercato e della sua eccessiva compromissione nei confronti delle forze nazifasciste, fu costretto ad abbandonare, non senza amarezza, il suo ruolo di presidente del Cpca quando venne decisa la ristrutturazione in Comitato provinciale di liberazione nazionale, avvenuta il 12 aprile 1944. Come nuovo presidente fu nominato Antonio Curina, fondatore e rappresentante del Pd’A d’Arezzo. Nonostante questo allontanamento dai ruoli direttivi, T. venne sempre considerato uno dei capi morali della Resistenza aretina e continuò a coordinare il movimento delle bande partigiane attive nella zona.

Ricercato in maniera sempre più pressante dalla polizia fascista e affaticato dalla logorante vita trascorsa in montagna, decise di rifugiarsi ancora una volta presso Casenovole. Fu proprio in questa sua momentanea sosta che, il 30 maggio 1944, venne catturato con un tranello e posto in stato di arresto da militi della Gnr insieme a suo fratello Giuseppe e ad Aroldo Rossi. L’azione contro T. vide la complicità di un intero reparto di fascisti provenienti da Bergamo; i repubblichini riuscirono ad avvicinarlo fingendosi dei partigiani sbandati alla ricerca di un luogo sicuro dove riparare.

Rinchiusi inizialmente nel castello di Montauto furono poi condotti, il 31 maggio, al carcere di S. Benedetto in Arezzo, dove dovettero subire un duro interrogatorio caratterizzato da torture e sevizie al fine di estorcergli informazioni circa il movimento resistenziale attivo. Unico supporto di carattere spirituale era affidato alle visite concesse al vescovo della diocesi, mons. Emanuele Mignone.

Il 15 giugno 1944 i partigiani organizzarono un’azione allo scopo di permettere ai tre prigionieri di evadere prima di essere portati a giudizio davanti al Tribunale straordinario militare di Bologna. La strategia fu decisa dallo stesso Curina, dal vescovo Mignone e da don Tanganelli, insieme al comunista e membro del Cpln Giovanni Ciarpaglini, amico personale di T. Fu avvicinato il capo carceriere, Antonio Aceti, per convincerlo a liberare i partigiani dietro pagamento di un riscatto di 30.000 lire. I primi contatti e le trattative si bloccarono del tutto quando i nazifascisti dichiararono l’intenzione di svuotare la prigione per condurre i prigionieri al nord. Questa improvvisa decisione costrinse la banda partigiana ad affrettare i tempi e a optare per la soluzione più rischiosa e incerta: l’intervento armato all’interno del luogo di detenzione. Fu così che alle 17.00 dello stesso giorno un gruppo ristretto di partigiani, guidati dal tenente di origine belga Jean-Maurice Meuret, si recò al carcere di S. Benedetto per prelevare i prigionieri, forti della complicità di Aceti, che aveva infine ceduto alle pressioni del Cpln. L’azione non andò come sperato e i nazifascisti, messi in allerta da un colpo di pistola, ingaggiarono con i pochi partigiani un conflitto a fuoco che ebbe termine con l’uccisione da parte della Gnr di due uomini del gruppo che aveva fatto irruzione nel carcere e, come rappresaglia per quanto accaduto, dei tre prigionieri che si trovavano ancora chiusi in cella senza possibilità di uscirne.

Soltanto due giorni dopo fu permesso a don Raimondo Caprara di entrare all’interno del carcere di S. Benedetto per occuparsi dei cinque trucidati. In questa occasione egli si annotò una parziale stima delle ferite sui cadaveri, che furono poi trasmesse al dottor Dal Pozzo, incaricato di eseguire l’autopsia. Per T. si legge: «cranio spappolato da arma contundente, così pure la schiena, il petto crivellato, tre fori da proiettile nelle mani». Il destino delle cinque salme fu pesantemente ostracizzato dal comando militare tedesco. Inizialmente trasportate nella chiesa di S. Domenico su richiesta dello stesso don Caprara, dovettero rimanere in questo luogo per otto giorni in attesa della conferma per la celebrazione del funerale. La sepoltura fu altrettanto discussa, venendo infine eseguita dalla Confraternita della misericordia soltanto il giorno 24 giugno in forma semiclandestina, senza comunicare alla comunità locale il luogo dove sarebbe stata effettuata.

Il 3 ottobre 1952, con decreto del presidente della Repubblica, è stata conferita a T. la medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la qualifica di sottotenente di complemento artiglieria e partigiano combattente. Nella motivazione viene evidenziato come «Subito dopo l’armistizio dava vita al movimento di resistenza nella città e nella provincia di Arezzo. Organizzatore ed animatore impareggiabile, presiedeva il Comitato di liberazione cittadino e comandava formazioni partigiane nella campagna dando, in difficili circostanze, belle prove di decisione e di coraggio. Caduto in mani nemiche veniva brutalmente seviziato, gettato in carcere senza soccorso alcuno e, per diciassette giorni, barbaramente e ripetutamente interrogato. Mantenendo contegno fiero ed esemplare nulla rivelava anche quando gli veniva offerta libertà a prezzo di delazione. Trucidato nella sua cella, sacrificava la vita agli ideali di Patria e di Libertà. Arezzo, 15 giugno 1944».

Onorificenze

Subito dopo l’armistizio dava vita al movimento di resistenza nella città e nella provincia di Arezzo. Organizzatore ed animatore impareggiabile, presiedeva il Comitato di liberazione cittadino e comandava formazioni partigiane nella campagna dando, in difficili circostanze, belle prove di decisione e di coraggio. Caduto in mani nemiche veniva brutalmente seviziato, gettato in carcere senza soccorso alcuno e, per diciassette giorni, barbaramente e ripetutamente interrogato. Mantenendo contegno fiero ed esemplare nulla rivelava anche quando gli veniva offerta libertà a prezzo di delazione. Trucidato nella sua cella, sacrificava la vita agli ideali di Patria e di Libertà.
Arezzo, 15 giugno 1944.

Fonti e bibliografia

  • Acs, Ministero dell’Interno, Direzione generale di pubblica sicurezza, Casellario politico centrale, b. 5022, fasc. 106914.
  • Isacem, Righini, Biografie, b. 27.
  • Alfredo Merlini, Due martiri della libertà: l’avv. Sante Tani e don Giuseppe Tani, Seli, Roma 1945.
  • Sante Tani, Lettere dal carcere e dal confino (1942-1943), a cura di Luca Berti, Franco Angeli, Milano 1999.
  • Agostino Coradeschi, Sante Tani e l’antifascismo cattolico, in Protagonisti del Novecento aretino, atti del ciclo di conferenze, Arezzo, 15 ottobre 1999-30 novembre 2000, a cura di L. Berti, Olschki, Firenze  2004.
  • Agostino Coradeschi, Sante Tani (1904-1944). Il suo tempo e la sua storia, Frangipani, Arezzo 2004.
  • Ivo Biagianti, Tani Sante, in Dizionario storico del Movimento Cattolico in Italia 1860-1980, III/2, diretto da F. Traniello e G. Campanini, Marietti, Casale Monferrato 1984

Hanno fatto parte di Unione uomini di Azione cattolica anche:

ISACEM – Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI
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