Briganti Luigi

Immagine: Anpi Alessandria
Immagine: Anpi Alessandria
Nome: Luigi
Cognome: Briganti
Nome di battaglia: Fortunello
Luogo di nascita: Lentini
Provincia/stato: Siracusa
Data di nascita: 24/04/1924
Luogo di morte: Lentini
Provincia/Stato morte: Siracusa
Data di morte: 05/04/2006
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Luigi Briganti nacque a Lentini, in provincia di Siracusa, il 24 aprile del 1924 da Vito Briganti e Sebastiana Gaeta, minore di due figli. La sua fu una famiglia di modeste condizioni economiche. Il padre, contadino, era impegnato nella cura dei campi di sua proprietà, mentre la madre lavorava come fornaia.

B. trascorse la sua giovinezza nel paese natale, dove ebbe modo di attendere ai primi anni di formazione scolastica. Al termine di questo periodo decise di iscriversi al collegio “San Michele” di Acireale per frequentare il liceo classico.

Nel maggio del 1943 fu costretto a sospendere gli studi per svolgere il servizio di leva nel Regio Esercito. B. venne dunque destinato al deposito del 64° Reggimento fanteria di stanza a Ivrea, in provincia di Torino. Si trovava dunque in servizio presso la caserma “Carlo Freguglia”, quando fu raggiunto dalla notizia della firma dell’armistizio dell’8 settembre e, insieme ad altri commilitoni, decise di lasciare le fila del proprio reparto per evitare la cattura da parte delle truppe tedesche. Decise quindi di recarsi nella cittadina di Boves, in provincia di Cuneo, per aggregarsi a un manipolo di militari italiani che si andava organizzando sotto il comando di Ignazio Vian. Appena giunto nella cittadina, però, fu costretto ad assistere all’eccidio della popolazione civile perpetrato dai nazisti come rappresaglia per la morte di un soldato tedesco nel corso di uno scontro con un gruppo di partigiani. Fu proprio questo episodio che indusse B. a prender parte alla Resistenza che si andava approntando nel territorio e, dopo aver allacciato brevi contatti con i gruppi presenti nella zona, raggiunse la Valle di Lanzo per unirsi alla formazione guidata dal comandante Giuseppe Rigola detto «Rino».

Assunto il nome di battaglia di «Fortunello», si distinse in diverse operazioni volte alla trasmissione di informazioni tra i reparti partigiani e il Cln di Torino. Questa sua fervida attività di collegamento lo mise al centro di un controllo sempre maggiore da parte del comando tedesco che, giunto a conoscenza dei suoi movimenti, arrivò a porre una taglia sulla sua cattura.

Nei primi mesi di marzo del 1944 la sua formazione, vista l’endemica penuria di armi e munizioni, decise di tentare un’azione contro caserme della zona per rifornire gli uomini di materiale utile ai combattimenti. Nel corso dell’operazione, però, B. venne catturato da truppe tedesche che si erano recate sul posto per respingere i partigiani e, posto in stato di arresto, fu condotto al carcere di Casale Monferrato. Nel periodo di detenzione dovette subire duri interrogatori per estorcergli notizie sull’ubicazione e le attività delle bande che animavano la Resistenza nella zona. Pur vessato da continue sevizie e sottoposto a diverse torture, decise di non rivelare nessuna informazione che potesse essere utile al nemico. Visto l’ostinato silenzio nel quale si trincerò, B. venne condotto davanti a un tribunale militare tedesco e, dopo un sommario processo, condannato alla fucilazione alla schiena. Pronta fu la reazione dell’imputato che, sentendosi offeso dalle modalità previste per l’esecuzione, affermò di non essere un bandito ma un partigiano e, di conseguenza, di voler essere fucilato al petto e non alla schiena, come invece era solito per gli accusati di aver tradito la patria.

La sera del 20 marzo, poche ore prima della sua esecuzione, B. chiese di poter avere i conforti religiosi e consegnò al sacerdote che lo raggiunse in carcere una lettera da recapitare ai suoi genitori per informarli della sua condanna a morte. La missiva è testimonianza di quello che sarebbe dovuto essere il suo destino: «so che fra poche ore per me sarà finita per sempre. Sono contento di aver fatto il mio dovere per la patria immortale e per la guerra partigiana». Dalla stessa emerge anche la serenità con la quale egli si avvicinò all’esecuzione, ribadendo come: «Contro i nazifascisti io non ho rimorso; ma l’avranno loro quando punteranno le armi contro di me per assassinarmi. Do i miei diciannove anni alla patria e cadrò contento per questa nostra Italia di martiri e di eroi, sicuro che in un domani ritornerà la libertà a questo Nord Italia ove i tedeschi con l’aiuto dei fascisti di Salò spogliano le nostre industrie e portano via in Germania anche le rotaie ferroviarie e spargono il terrore tra il popolo». Il suo ultimo pensiero era però rivolto a quelle che furono le motivazioni della scelta di prender parte alla lotta partigiana: «Sono cattolico e certamente, come il mio confessore mi ha detto, io che ho il corpo martirizzato, troverò conforto e la mia anima si unirà a quella degli altri miei compagni caduti per la libertà. Non ho tradito nessuno; avrei potuto salvarmi, ma al tradimento ho preferito la morte». Terminò infine la lettera con un deciso «W l’Italia, W i partigiani. 20 Marzo 1944».

Il 21 marzo 1944 venne dunque condotto dal plotone di esecuzione vicino a un torrente del Monferrato per essere fucilato, così come deciso dal tribunale militare. Prossimo alla morte, B. fu invece protagonista di una efficace operazione di salvataggio da parte dei suoi compagni partigiani, della formazione di Rigola, che riuscirono a disarmare i tedeschi e a trarlo in salvo. Scampato il pericolo, B. volle riprendere il proprio posto nella Resistenza del Monferrato e, dopo essere stato adeguatamente curato dalle ferite causate dalle continue vessazioni alle quali era stato sottoposto durante i lunghi interrogatori subiti, fu designato alla guida di un distaccamento della 42ᵃ brigata «Vittorio Lusani» attiva tra le fila della Divisione autonoma «Patria Monferrato».

Nel corso del marzo 1945, mentre si trovava a colloquio con un ex ufficiale disertore della X Mas, venne nuovamente arrestato da un gruppo di militi della Rsi che lo percossero duramente e, dopo averlo tramortito, lo condussero a Torino nelle carceri della caserma La Marmora, in via Asti. Venne sottoposto, ancora una volta, a un pesante interrogatorio e dovette subire nuovamente atroci torture, alle quali rispose con immutato silenzio, deciso a non rivelare alcuna informazione che potesse essere utile ai suoi aguzzini. Destinato alla fucilazione, venne invece prelevato da un drappello di soldati tedeschi che lo condussero prima al comando germanico e, dopo alcuni giorni, all’ospedale di Mazzè, in provincia di Torino. Venne infatti fatto rientrare nella trattativa che prevedeva lo scambio di B. con alcuni ufficiali tedeschi che i partigiani avevano catturato come ostaggi durante un’operazione di guerriglia in Valle d’Aosta.

Evitata per la seconda volta la fucilazione, B. insistette per partecipare alla liberazione della città di Torino nel giorno della definitiva presa della città e, seppur ancora gravemente ferito e costretto all’uso delle stampelle, si munì di mitra e prese posto insieme ai suoi compagni in uno dei camion diretto al capoluogo piemontese.

Al termine della guerra fece ritorno nel paese d’origine dove ebbe modo di rivedere i suoi genitori, che lo avevano creduto deceduto nel corso del periodo trascorso nella Resistenza. Il 14 novembre del 1957 terminò il percorso accademico intrapreso nel dopoguerra e ottenne la laurea in Medicina e Chirurgia, abilitandosi nel marzo dell’anno successivo e conseguendo la specializzazione in odontoiatria il 5 dicembre del 1961. Nel corso della sua vita fu un attivo membro della Unione Uomini di Ac della parrocchia di S. Croce di Lentini, vice-segretario dell’Associazione partigiani cristiani e presidente delle Acli di Lentini. Inoltre l’Anpi, nel corso del XIV Congresso nazionale svoltosi a Chianciano Terme dal 24 al 26 febbraio 2006, lo nominò presidente onorario.

Nel 1959 venne assegnata a B. la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di partigiano combattente con la seguente motivazione: «Comandante di distaccamento di una formazione partigiana, dà ripetute vivissime prove di temerarietà ed ardimento, incitando e trascinando i compagni nelle azioni più rischiose. Nel corso di un’azione isolata contro impianti militari delle truppe nazifasciste, compiuta a Casale Monferrato, cade prigioniero in mano nemica. Sottoposto alle più atroci torture nell’intento di ottenere da lui notizie sulla organizzazione delle locali forze partigiane, rifiuta sdegnosamente di fornire la benché minima informazione. Liberato dai suoi compagni, quando già innanzi a lui era stato schierato il plotone di esecuzione, nonostante che le profonde ferite causategli dalle torture non fossero ancora rimarginate, riprende il posto di combattimento con immutato slancio. Ancora convalescente, evita con atto di suprema generosità la certa cattura di un ufficiale delle formazioni garibaldine, cedendo a questi il proprio nascondiglio e volontariamente costituendosi alle truppe nazifasciste. Nuovamente sottoposto ad altre più feroci e beffarde torture, dà, ancora una volta, esempio di altissima fedeltà alla causa, opponendo ai barbari aguzzini il suo eroico, doloroso silenzio. Liberato con uno scambio di prigionieri, eppur costretto a camminare su occasionali stampelle, trova tuttavia la forza di partecipare alle operazioni militari svoltesi nelle giornate conclusive della liberazione. Esempio veramente luminoso di assoluta dedizione, tenacia e completo sprezzo della vita. Valle di Lanzo, febbraio 1944- Alto Monferrato, aprile 1945».

Il 2 giugno 1979 il presidente della Repubblica Sandro Pertini gli concesse la decorazione di Cavaliere di gran croce, la più alta carica onorifica della Repubblica italiana. Il 5 aprile 2006 B. si spense a Lentini colto da infarto.

Onorificenze

Comandante di distaccamento di una formazione partigiana, dà ripetute vivissime prove di temerarietà ed ardimento, incitando e trascinando i compagni nelle azioni più rischiose. Nel corso di un’azione isolata contro impianti militari delle truppe nazifasciste, compiuta a Casale Monferrato, cade prigioniero in mano nemica. Sottoposto alle più atroci torture nell’intento di ottenere da lui notizie sulla organizzazione delle locali forze partigiane, rifiuta sdegnosamente di fornire la benché minima informazione. Liberato dai suoi compagni, quando già innanzi a lui era stato schierato il plotone di esecuzione, nonostante che le profonde ferite causategli dalle torture non fossero ancora rimarginate, riprende il posto di combattimento con immutato slancio. Ancora convalescente, evita con atto di suprema generosità la certa cattura di un ufficiale delle formazioni garibaldine, cedendo a questi il proprio nascondiglio e volontariamente costituendosi alle truppe nazifasciste. Nuovamente sottoposto ad altre più feroci e beffarde torture, dà, ancora una volta, esempio di altissima fedeltà alla causa, opponendo ai barbari aguzzini il suo eroico, doloroso silenzio. Liberato con uno scambio di prigionieri, eppur costretto a camminare su occasionali stampelle, trova tuttavia la forza di partecipare alle operazioni militari svoltesi nelle giornate conclusive della liberazione. Esempio veramente luminoso di assoluta dedizione, tenacia e completo sprezzo della vita. Valle di Lanzo, febbraio 1944 – Alto Monferrato, aprile 1945.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Giac, b. 770, fasc. Guerra di liberazione, 1943/45; Righini, b. 26, fasc. 4.
  • Isral, Bizzarro Andino, fasc. 2.
  • Anpi, sezione Anpi di Alessandria, Persone, b. 131.
  • Luigi Briganti, Fortunello va a morire cantando la libertà: Luigi Briganti medaglia d’oro al v.m. della Resistenza, a cura di G. Adernò, Comune di Lentini, Lentini, 1985.
  • Luigi Briganti, Fucilatemi al petto! Viva l’Italia libera e unita, Greco, Catania 1997.
  • “Fortunello”, partigiano dalle mille risorse, in «Patria Indipendente», 54 (2006), 6, pp. 25-28.

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