Mittica Francesco

Immagine: Isacem, Fondo Giac
Immagine: Isacem, Fondo Giac
Nome: Francesco
Cognome: Mittica
Luogo di nascita: Oppido Mamertina
Provincia/stato: Reggio Calabria
Data di nascita: 14/11/1912
Luogo di morte: Fullen
Provincia/Stato morte: Germania
Data di morte: 15/01/1945
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Francesco Mittica nacque il 14 novembre del 1912 a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, da Domenico e Giuseppina Morabito. Il padre, che svolgeva la professione di medico, fu particolarmente attivo nel contesto civile e sociale del paese, tanto che già nel 1904, con altri notabili, fondò un circolo elettorale democratico e, nello stesso periodo, si vide designato come presidente della Società operaia di mutuo soccorso.

M. trascorse gli anni giovanili nel paese natale attendendo agli studi medi e liceali e, ancora sedicenne, nel 1929 perse il padre per una grave malattia. In seguito a questo tragico avvenimento, si avvicinò agli ambienti dell’associazionismo cattolico e decise di iscriversi al locale circolo della Giac San Gabriele dell’Addolorata presso il seminario vescovile, che, fortemente voluto da mons. Giovanni Battista Peruzzo, era in quegli anni animato da don Raffaele Petullà. Nel periodo appena successivo alle tensioni avute con il regime fascista nel corso del 1931, M. venne nominato presidente diocesano, carica che mantenne fino alla sua partenza per il fronte nel 1942.

Nel 1932, ottenuto il diploma, decise di seguire le orme del padre e di iscriversi alla facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università degli studi di Messina dove, nel corso del tempo, ebbe modo di frequentare il circolo Fuci attivo nell’ateneo. Laureatosi il 25 ottobre del 1938, venne immediatamente richiamato per assolvere gli obblighi di leva e assegnato alla scuola allievi ufficiali medici di complemento a Firenze. Trascorso il periodo di formazione militare, venne posto in congedo e poté dedicarsi alla professione di medico prima a Oppido e, successivamente, a Roma.

Allo scoppio della II Guerra mondiale M. poté continuare il suo lavoro ma già nel 1942 fu richiamato in servizio per mobilitazione e assegnato al 13° reggimento fanteria Pinerolo. Dopo un breve periodo trascorso in un reparto di guardia di frontiera, venne inviato prima in Jugoslavia e, successivamente, sul fronte greco. Fu in quest’ultima destinazione che fu raggiunto dalla notizia della caduta del regime e, quindi, da quella della firma dell’armistizio di Cassibile.

Dopo l’8 settembre i comandi militari in Grecia vennero travolti dall’ambiguità della formula utilizzata per la ratifica dell’accordo con le forze angloamericane e dal comunicato reso pubblico via radio dal maresciallo Pietro Badoglio. A questo iniziale disorientamento delle truppe italiane, fece da contraltare una decisa azione da parte dell’esercito tedesco che si attivò immediatamente per mettersi in posizione di superiorità strategica rispetto al contingente degli ex alleati, attraverso una decisa opera di cattura degli ufficiali di alto grado e di isolamento dei diversi reparti nemici.

Raggiunto e posto in stato di arresto, M. si rifiutò di entrare tra le fila della Wehrmacht e fu quindi costretto, insieme a molti dei compagni, a cominciare una lunga peregrinazione nei campi di concentramento di Germania e Polonia. La prima comunicazione che riuscì a far pervenire alla famiglia dallo Stalag 307 nella città di Dęblin reca la data del 10 ottobre del 1943: «Trovomi prigioniero di guerra in Germania ed in buona salute». Nel campo gli venne assegnato il numero 23031 e un posto nel blocco VI, quello degli internati militari italiani. Per il Natale del 1943 riuscì a scrivere ai familiari: «Carissimi, dolente di non trovarmi con voi, ma sempre spiritualmente a voi unito, celebro il mio Natale in Polonia, terra di Santi, invocando dal Neonato Signore, per voi, le più elette grazie dal cielo, nella fiducia di ritrovarsi tutti uniti quando a Lui piacerà. Spero che stiate tutti bene, se pur da cinque mesi non intendo più un vostro rigo. Qua la vita corre tranquilla e monotona e Dio sostiene la nostra salute. Il clima è meno duro di quanto credevo, e poi ho molti indumenti; le camerate sono di per sé calde e poi abbiamo le stufe. Non ho molto da dirvi sul nostro soggiorno: esso è sopportabile. In questi ultimi giorni s’è sparsa la voce per il campo di un nostro possibile rientro in Italia. Non so quanta credenza bisogna prestare: se sono rose fioriranno. Ad ogni modo, se questa possibilità, sarà per il meglio, si compia. Voi, immagino, vorreste sapere da me tante cose sul tenore di vita. Posso dirvi solo che una volta fatta l’abitudine si è quanto mai rassegnati; del resto i conforti spirituali non mancano. Abbiamo celebrato un Natale dalle cento Messe ed in cameratesche cordialità».

Del periodo trascorso in prigionia si conosce molto poco. Oltre alle numerose richieste fatte pervenire a familiari e amici per l’invio di pacchi di vestiario pesante e generi alimentari, alcune lettere inviate ai genitori aiutano a capire i suoi spostamenti durante il periodo di detenzione. Il 3 aprile del 1944, infatti, avvertiva di essere stato trasferito in un altro campo, ma di non averne ancora capito con precisione la denominazione: «Carissimi, abbiamo cambiato campo di concentramento; nella mia prossima sarà possibile darvi il nuovo indirizzo, non conoscendolo ancora». La località raggiunta era l’Oflag VI di Oberlangen Lathen, in Bassa Sassonia, sul confine tedesco-olandese. Non rimase in questa destinazione per molto tempo, visto che, nel periodo compreso tra fine aprile e inizio luglio, venne spostato nel lager di Dorsten, in Westfalia. Da qui, il 15 luglio, cercava di rasserenare i genitori circa la sua condizione: «Non vi prendete ormai pena di me che sto bene, in quanto da due mesi presto servizio medico presso un campo di soldati prigionieri Italiani e mi son ripreso come quando ero in Italia. Mi trovo ormai in un posto stabile, dopo aver girato per la Germania in lungo ed in largo e ringrazio la Provvidenza per avermi assegnato a questo campo. […] Ma se è volontà di Dio che io crepi, certo ci sono dei pericoli, lo farò contento, e da voi non desidererei altro che cristiana rassegnazione».

Fu in questo campo che M. si ammalò gravemente e dovette essere spostato nel vicino campo lazzaretto di Kirchinde da dove, il 14 agosto del 1944, scrisse nuovamente ai familiari: «Carissimi, con dispiacere devo comunicarvi che mi trovo da qualche settimana affetto da un principio di pleurite. Sono stato ricoverato subito in un ottimo ospedale, ove non mi manca alcun conforto sia di vitto che di assistenza». Spostato definitivamente a Fullen, prima di morire inviò un’ultima missiva: «Scrivo per confortarvi perché quando leggerete questa mia sarò sparito da un pezzo dalla scena di questo lurido mondo. Da tempo mi sono ammalato e temo di malattia grave. A ciò contribuì soprattutto il clima umido poco adatto a me, l’animo agitato durante gli allarmi notturni al ricovero e, più di tutto, la mia pessima abitudine, quando stavo bene, a far dello strapazzo per mantenere il mio corpo nei limiti, essendo costretto a vita sedentaria. Iddio punisce la vanità! Il pensiero che mi addolora è dover lasciare voi che riponevate su di me tanto affetto, tante speranze. […] Non piangete per me; perdonatemi, sono troppo contento della mia sorte perché tutto viene dagli imperscrutabili voleri divini. […] Vado a ricongiungermi a Papà ed a tutti i nostri cari e, quando a Dio piacerà, alla piccola anima tutta luce di Roberto, da me sempre e tuttora tanto amato. Da voi non chiedo altro, specialmente dalla Mamma che perdono di tutti i miei trasporti e la vostra benedizione. Fate qualche opera di carità per me, specialmente a quegli ammalati che soffrono nella miseria e senza possibilità di cure».

Munito dei conforti religiosi, più volte richiesti, di un sacerdote presente nel campo, M. morì il 15 gennaio del 1945 a causa della grave malattia contratta durante il periodo di internamento.

Fonti e bibliografia

  • Isacem, Giac, b. 774, fasc. Meoni-Monica; Giac, rapporti con le diocesi, b. Oppido Mamertina.
  • Rocco Liberti, Un soldato di Cristo. Il s. ten. medico Francesco Mittica e la sua tragica odissea nei lager tedeschi, Imma Arti grafiche, Oppido Mamertina 2013.
  • Rocco Liberti, Il “lager della morte” e un internato calabrese: Francesco Mittica, in «Rivista di storia calabrese del ‘900», 3 (2008), 1-2, pp. 92-99.

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