Paglia Giorgio

Immagine: Wikipedia
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Nome: Giorgio
Cognome: Paglia
Nome di battaglia: Tenente Giorgio
Luogo di nascita: Bologna
Data di nascita: 09/03/1922
Luogo di morte: Costa Volpino
Provincia/Stato morte: Bergamo
Data di morte: 21/11/1944
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Giorgio Paglia nacque a Bologna il 9 marzo 1922 da Guido e Maria Teresa Pesenti. Poco dopo la sua nascita la famiglia, di estrazione borghese e attiva nel settore industriale, decise di trasferirsi nella cittadina di Nese, frazione di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, da dove provenivano i suoi genitori.

Il padre, militare in carriera e fascista della prima ora, si era arruolato nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale nel 1923, anno di fondazione del corpo paramilitare direttamente agli ordini di Mussolini. Nel 1935 decise di partire per l’Africa orientale con il grado di centurione tra le fila della 114ª legione camicie nere. Fu durante gli eventi di questa campagna che P., al compimento del suo quattordicesimo anno di età, perse il padre colpito a morte durante la battaglia di Amba Uork, in Etiopia, il 27 febbraio 1936. Alla memoria di Guido Paglia, per la sua dedizione nel combattimento, venne assegnata una medaglia d’oro al valor militare.

P., trovatosi dunque solo con la madre e il fratello più giovane, conseguì la maturità classica presso il Collegio militare Teulié di Milano e, nel 1939, si iscrisse alla facoltà di Ingegneria del Politecnico della stessa città. Durante questi anni di vita universitaria entrò a far parte del gruppo Fuci locale.

Allo scoppio della II Guerra mondiale venne richiamato in servizio presso il regio esercito e fu dunque costretto a sospendere i suoi studi. A ventuno anni fu nominato allievo ufficiale degli alpini nella scuola di Cerveteri, in provincia di Roma. In questo periodo di addestramento fece pratica di quei rudimenti di tattica militare che successivamente gli furono molto utili nella sua esperienza di coordinamento del movimento resistenziale bergamasco.

Quando venne annunciato l’armistizio dell’8 settembre, era regolarmente iscritto al quarto anno del corso di studi in ingegneria, ma si trovò costretto a interrompere definitivamente il suo percorso accademico. Riuscì nei giorni immediatamente successivi a evitare i rastrellamenti delle truppe tedesche che ricercavano militari sbandati e giovani da avviare all’internamento in Germania. Fu nel periodo immediatamente successivo che si distinse per la sua partecipazione ai duri combattimenti per la difesa di Roma, prendendo parte agli scontri contro le forze tedesche presso Porta San Paolo per tentare di evitare l’occupazione della capitale.

Al termine di questa prima azione di resistenza alle truppe nazifasciste occupanti, decise di far ritorno nel bergamasco, dove a più riprese rifiutò di rispondere ai bandi di arruolamento che provenivano dalla neonata Repubblica sociale italiana, e dovette, per non essere coscritto tra le divisioni repubblichine, rifugiarsi nel comune di Piazzatorre, in Alta Valle Brembana. In questo periodo di clandestinità decise di volgere il proprio sguardo verso le prime formazioni di partigiani che andavano formandosi nelle zone circostanti. Sul finire del 1943 si recò dunque a Milano dove si mise a disposizione del Gap locale, inserendosi tra le maglie della Resistenza che andava organizzandosi nel capoluogo lombardo. Venne impiegato in diverse azioni di particolare rilievo e si mise in evidenza per la partecipazione a missioni aventi lo scopo di liberare i compagni di guerriglia catturati e diretti verso i campi tedeschi. In un susseguirsi di frenetiche attività venne individuato e segnalato dalla polizia fascista e posto sotto più stretto controllo. Per continuare a operare in seno alla Resistenza senza rischiare di essere catturato decise di allontanarsi da Milano per recarsi a Lovere, in provincia di Bergamo, per unirsi a una delle formazioni partigiane che si stavano costituendo in quella zona. Assunto il grado di tenente partigiano, entrò a far parte della LIII Brigata Garibaldi «Tredici Martiri di Lovere», denominata così in onore dei tredici partigiani fucilati per rappresaglia il 22 dicembre 1943 nel piccolo paese situato sulla sponda nord-occidentale del Lago d’Iseo.

Con il nome di battaglia di «tenente Giorgio» condusse la sua formazione in numerose azioni contro le truppe nazifasciste e in diverse operazioni nelle zone che si distendono tra la Val Seriana e la Val Cavallina, lungo il fiume Serio. Per diverso tempo P. fu il protagonista della Resistenza in questa zona; i lunghi combattimenti sostenuti dalla sua banda, nel corso dei primi giorni di novembre del 1944, misero in forte difficoltà gli uomini della divisione fascista «Tagliamento» e le SS che erano presenti in supporto alle forze repubblichine. Il distaccamento da lui comandato ebbe una parte importante, il 31 agosto 1944, nella vittoriosa battaglia contro i nazifascisti in zona Fonteno, vicino Bergamo.

Durante l’inverno 1944 la brigata venne divisa in diversi gruppi dal comandante Giovanni Brasi per permettere ai partigiani di essere più veloci nei movimenti e sfuggire in maniera più agevole ai rastrellamenti operati dai fascisti. P., con la squadra a lui affidata composta da sedici uomini, di cui undici italiani e cinque russi evasi dai campi di prigionia circostanti, si recò alla Malga Lunga di Sovere, una cascina particolarmente esposta alla visuale nella vallata, ma l’unica ancora utilizzabile come rifugio in inverno, tra le ultime a non essere state bruciate per mano dei nazifascisti.

Pochi giorni dopo, il 17 novembre, proprio la zona della Malga venne attaccata da ingenti forze della legione Tagliamento, informate dell’esatta posizione di acquartieramento della brigata partigiana a seguito della delazione di una sentinella di origine russa incaricata di sorvegliare le zone circostanti che, invece di dare l’allarme come previsto dai suoi compiti, preferì abbandonare la sua postazione di guardia e non farsi rintracciare dai propri compagni. A causa del tradimento subito, la formazione di P. dovette ingaggiare un duro combattimento, le cui sorti furono chiare fin dal principio a causa del soverchiante numero di nazifascisti presenti sul campo di battaglia. Dopo una strenua resistenza durata circa due ore, intorno alle ore 15.00, la banda di P. subì un’offensiva che si rivelò determinante per le sorti del conflitto. A seguito del fitto lancio di bombe a mano verso la cascina, due uomini della formazione vennero gravemente feriti, inoltre i partigiani terminarono le munizioni a disposizione, dovendo forzatamente dichiarare la propria capitolazione, vista la sproporzione delle forze in campo. Fu lo stesso P. a ordinare che si interrompesse il combattimento, chiedendo ai fascisti della «Tagliamento», in cambio della resa, la rassicurazione che i suoi compagni feriti sarebbero stati portati al primo centro medico per essere adeguatamente curati. Ricevuta conferma di quanto chiesto, decise di deporre le armi e, con lui, anche tutta la sua banda fece lo stesso. Malgrado la promessa fattagli, i fascisti decisero comunque di non lasciar sopravvivere i due uomini che erano stati feriti nel corso della battaglia, uccidendoli a colpi di pugnale.

Catturato e condotto in stato di arresto, P. venne portato a processo insieme ai suoi compagni e, inquisito in maniera sommaria, ricevette la sentenza di condanna a morte. Quando, il 19 novembre, gli venne proposta, a lui solo, la grazia dal capitano della «Tagliamento» Aldo Resmini, in quanto figlio del suo commilitone e medaglia d’oro nella campagna d’Africa Guido Paglia, scelse di rifiutare quanto gli veniva offerto dichiarando sdegnosamente: «O tutti o nessuno!» e decidendo dunque di affrontare il plotone di esecuzione insieme alla banda di partigiani che aveva guidato in battaglia.

Nell’attesa dell’esecuzione P. ebbe il tempo di scrivere due lettere indirizzate alla madre e al fratello minore, entrambe datate 21 novembre 1944 e scritte in località Costa Volpino, come da lui stesso appuntato. In quella alla madre, dopo aver dato notizia della sua condanna, scrisse: «Sii orgogliosa di tuo figlio perché come credo di aver saputo combattere, così credo che saprò morire. Negli uomini che mi hanno catturato ho trovato dei nemici leali in combattimento e degli uomini buoni durante la prigionia». Nella seconda, indirizzata al fratello «Toty», spiegava i motivi più profondi della sua scelta partigiana, affermando: «Sappi che combattendo io combattevo solo per ottenere un’Italia Libera da ogni straniero. Ricorda anche tu quanto nostra Padre ci ha insegnato: “la Patria sopra tutto ed il suo bene”».

Lo stesso 21 novembre del 1944, il gruppo di partigiani venne condotto nel cimitero di Costa Volpino, in provincia di Bergamo, davanti al plotone della legione d’assalto «Tagliamento», comandato da Giordano Colombo, un vecchio compagno di università di P. Trovandosi in attesa dell’esecuzione, P. chiese di essere fucilato per primo, per dissipare ogni dubbio circa la sua scelta di rifiutare la grazia che gli era stata proposta. La sua salma venne seppellita nella tomba di famiglia posta nel cimitero di Alzano Lombardo, dove era cresciuto.

Per il gesto eroico, gli venne assegnata la medaglia d’oro al valore militare alla memoria, con la qualifica di partigiano combattente, con la seguente motivazione: «Valoroso ufficiale partigiano durante un violento scontro contro preponderanti forze fasciste, dopo strenua resistenza veniva sopraffatto e catturato con pochi superstiti dei suoi eroici partigiani, ormai stremati di forze e privi di munizioni. Per non esporre i propri compagni alla rappresaglia nemica, neppure tentava la possibilità di fuga offertagli da un audace contrattacco di altri partigiani accorsi per salvarlo. Condannato a morte sdegnosamente rifiutava la grazia della vita concessa a lui solo, perché figlio di eroico decorato di medaglia d’oro al valor militare e, in un sublime impeto di fraterno amore, dichiarava di voler seguire la sorte dei suoi compagni e chiedeva di essere fucilato per primo. All’atto dell’esecuzione bollava i suoi carnefici con roventi parole e orgogliosamente si dichiarava reo della più nobile delle colpe: di amare la Patria. Fulgido esempio di incomparabile spirito di sacrificio e di altruismo. Costa Volpino (Bergamo), 21 novembre 1944».

Quando il paese venne liberato e la guerra si concluse il rettore del Politecnico di Milano Gino Cassinis decise di conferire la laurea ad honorem in Ingegneria a P. che, prima della sua partecipazione alla Resistenza nel bergamasco, era regolarmente iscritto presso l’Ateneo del capoluogo lombardo.

Onorificenze

Valoroso ufficiale partigiano durante un violento scontro contro preponderanti forze fasciste, dopo strenua resistenza veniva sopraffatto e catturato con pochi superstiti dei suoi eroici partigiani, ormai stremati di forze e privi di munizioni. Per non esporre i propri compagni alla rappresaglia nemica, neppure tentava la possibilità di fuga offertagli da un audace contrattacco di altri partigiani accorsi per salvarlo. Condannato a morte sdegnosamente rifiutava la grazia della vita concessa a lui solo, perché figlio di eroico decorato di medaglia d’oro al valor militare e, in un sublime impeto di fraterno amore, dichiarava di voler seguire la sorte dei suoi compagni e chiedeva di essere fucilato per primo. All’atto dell’esecuzione bollava i suoi carnefici con roventi parole e orgogliosamente si dichiarava reo della più nobile delle colpe: di amare la Patria. Fulgido esempio di incomparabile spirito di sacrificio e di altruismo. Costa Volpino (Bergamo), 21 novembre 1944.

Fonti e bibliografia

  • Insmli, Fondo Malvezzi Piero, Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea, b. 7, fasc. 13.
  • Isrec, Fondo Alonzi Giulio, Ufficio patrioti di Bergamo, fasc. Dossier Giorgio Paglia.
  • Il partigiano Giorgio Paglia medaglia d’oro della Resistenza: Malga Lunga, 17 novembre 1944-17 novembre 1998, a cura di Associazione nazionale partigiani d’Italia Alzano lombardo, Fumagalli, Ranica 1998.
  • Angelo Bendotti, La memoria di Giorgio, in Il partigiano Giorgio Paglia medaglia d’oro della Resistenza, a cura di Anpi Alzano Lombardo, Fumagalli, Ranica 1998.
  • Giuseppe Brighenti, Una storia. Così nel novembre del ’44 fucilarono il partigiano Paglia, «L’Unità», 19 novembre 1985.

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