Visentin Primo

Immagine: Istresco, Archivio Masaccio
Immagine: Istresco, Archivio Masaccio
Nome: Primo
Cognome: Visentin
Nome di battaglia: Masaccio
Luogo di nascita: Poggiana di Riese
Provincia/stato: Treviso
Data di nascita: 17/12/1913
Luogo di morte: Loria
Provincia/Stato morte: Treviso
Data di morte: 29/04/1945
Ramo di Azione cattolica:

Sommario

Note biografiche

Primo Visentin nacque il 17 dicembre 1913 a Poggiana di Riese, cittadina in provincia di Treviso, da Umberto e Maria Martinello. I genitori, di modeste condizioni economiche, traevano il sostentamento per la famiglia lavorando come braccianti nelle terre gestite dall’agenzia Piva, proprietaria di gran parte dei terreni agricoli della zona. La loro condizione finanziaria si aggravò ulteriormente nel 1916 quando il padre, mobilitato già dai primi giorni dell’ingresso dell’Italia nella I Guerra mondiale, perse la vita sul fronte dell’Isonzo per un grave attacco febbrile che lo stroncò mentre ancora si trovava nei pressi della trincea.

V., durante i suoi anni giovanili, frequentò la prima classe elementare presso la scuola del paese natale. Fatta richiesta per farlo ammettere al convitto per orfani di guerra a Vittorio Veneto, la madre riuscì a iscriverlo al collegio guidato da mons. Giacomo Bianchini e il giovane ebbe dunque la possibilità di attendere ai suoi studi iscrivendosi al ginnasio e studiando, come esterno, presso il seminario vescovile. Fu in questi anni che prese parte alle attività del circolo giovanile di Ac presente nella città.

Colpito da una nefrite che lo costrinse a letto per diverso tempo, dovette preparare da privatista l’esame per la licenza ginnasiale, che comunque riuscì ad ottenere. Nell’estate del 1932 decise di sostenere gli esami per l’abilitazione all’insegnamento e, vista la sua condizione di orfano di guerra, poté ottenere un incarico provvisorio in una classe terza alla scuola di Valle di Riese. Si appassionò molto alla sua professione e puntò su una formazione dei ragazzi che portasse non solo a uno sviluppo culturale ma soprattutto a una crescita morale e spirituale. Nel diario scolastico dell’anno 1936, durante la Quaresima, descrisse quella che secondo lui doveva essere la missione di formazione da parte dei docenti: «Una cosa a cui generalmente poco si pensa è di dare al ritmo della vita scolastica quella intonazione religiosa consona al tempo che si sta trascorrendo», specificando come fosse fondamentale «far capire anche ai piccoli che la mortificazione volontaria del corpo è gradino che rende più facile la mortificazione dello spirito, rendendolo più robusto ed atto agli eroismi: far capire che l’obbedienza è la forma migliore del sacrificio e che esso è la chiave di volta di tutte le virtù; infondere negli alunni la gioia spirituale delle prime vittorie sul proprio Io; è questa una educazione morale che spesso noi educatori trascuriamo, mentre ha valore immensamente più grande di quella culturale, perché è il viatico che può sostenere nelle lotte della vita». Nel 1934 decise di partecipare al concorso magistrale per un posto di ruolo come insegnante e, dichiarato vincitore, gli venne assegnata la sede di Ramon-Campagna, piccola frazione del comune di Loria.

Accanto a questa occupazione, nel corso degli anni ebbe modo di coltivare la sua passione verso la storia dell’arte. Nel corso del 1933 ebbe le prime esperienze in questo campo, nel suo diario personale scrisse: «Eccomi pittore dilettante: ecco la mia natura estetica insorgere prepotente e sollevare il mio spirito. Ho composto due bozzetti, esitante nel maneggio del pennello e dei colori». Fu per questo motivo che egli si prefisse l’obiettivo di iscriversi all’università per approfondire lo studio dell’arte e, preparatosi da autodidatta, riuscì a conseguire la maturità classica con la quale poter proseguire la propria carriera accademica.

Dunque nel 1936 si immatricolò alla Facoltà di Lettere all’Università degli studi di Padova, dove ebbe modo di prendere parte alle attività del locale circolo della Fuci. In questi anni, in cui il regime fece registrare il maggior livello di consenso nel paese, V. si dimostrò particolarmente attento al quadro politico e sociale delineato dal fascismo. Come molti ragazzi della sua generazione, infatti, credette che il governo guidato da Benito Mussolini sarebbe riuscito «a livellare poveri e ricchi» anche perché, in ultima istanza, secondo lui «il fascismo è come il cristianesimo: giustizia e amore». Vista questa dedizione alla causa del partito, ben presto gli venne affidato il compito di segretario del fascio di Loria che, pur costretto ad accettare, fu carica non particolarmente gradita visto che la definì come «un grattacapo che non ci voleva» e, oltretutto, «imposto a tradimento». Nonostante l’iniziale incertezza, egli si impegnò a lungo per supportare la difficile vita della popolazione contadina attiva nella zona e, nel corso del tempo, inviò diversi e particolareggiati resoconti sulla situazione alla Federazione provinciale del Pnf. Lo sforzo per adempiere al meglio il suo lavoro, però, lo tenne lontano dagli studi e per riuscire a sostenere gli esami si vide costretto a rassegnare le dimissioni e a concentrare i suoi sforzi negli studi universitari. Fu così che, il 17 giugno del 1940, si laureò in storia dell’arte con il massimo dei voti discutendo una tesi dal titolo La fortuna critica di Giorgione.

Lasciato l’insegnamento elementare, ottenne una cattedra provvisoria di lettere nella terza classe ginnasiale e di storia dell’arte nei due corsi del liceo ginnasio Foscarini di Venezia. In questi anni, che portarono all’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, egli ebbe modo di approfondire lo stile e le opere di Masaccio, artista che lo colpì a tal punto che divenne il suo nome di battaglia durante il periodo resistenziale. Allo stesso tempo il professore Agostino Zanon Dal Bò, suo collega al liceo veneziano, lo introdusse negli ambienti antifascisti attivi in città e lo avvicinò agli esponenti del neonato Pd’A con i quali, pur non aderendo apertamente al partito, egli ebbe modo di discutere della situazione politica e sociale che il paese si preparava ad affrontare.

Il 27 gennaio 1941 V. venne richiamato sotto le armi per assolvere ai suoi obblighi di leva ma, riscontratagli una malattia durante la visita medica per l’idoneità, fu prima tenuto sotto osservazione nell’ospedale marittimo di Venezia e, successivamente, rispedito a casa in congedo di convalescenza per la durata di tre mesi. Poté quindi riprendere il proprio ruolo al liceo Foscarini fino a quando, scaduta la licenza, dovette far ritorno in servizio e si vide destinato al 5° reggimento artiglieria contraerea di stanza a Padova in qualità di soldato semplice. Terminato il periodo di formazione, comunque, venne posto in congedo illimitato in quanto orfano di un decorato della Grande guerra.

Nel nuovo anno scolastico fu insegnante di lettere presso l’istituto magistrale Santa Dorotea di Asolo e, quindi, straordinario di lettere e storia presso il Regio istituto tecnico commerciale di Lovere, in provincia di Bergamo. Fu in quest’ultimo incarico che ebbe i primi attriti con il regime visto che, appena giunto in città, non si volle presentare al fascio locale e per questo si vide richiamato all’ordine. Visto il suo passato negli apparati del partito, venne anche raggiunto dall’invito ad arruolarsi col grado di ufficiale nei reparti della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale mobilitati per la guerra. Rifiutata anche questa richiesta, si vide comunque richiamato tra le fila del regio esercito nel corso del luglio 1943 e assegnato in qualità di caporale al 32° reggimento artiglieria di stanza a Treviso.

Fu in questa occupazione che V. venne raggiunto dalla notizia della caduta del regime fascista e da quella della firma dell’armistizio di Cassibile. Il suo reparto, in assenza di precise disposizioni dei comandi militari, si sbandò e molti suoi commilitoni lasciarono la guarnigione per non essere costretti a lasciare le armi in mano ai tedeschi ed essere deportati nei campi in Germania. Vista la situazione di totale incertezza, egli decise di lasciare la caserma del 32° reggimento e di riparare a Poggiana, suo paese natale, dove raggiunse la madre e il fratellastro Umberto.

Nei giorni successivi V. cominciò ad avvicinare diversi colleghi d’insegnamento, amici universitari e, con l’aiuto del maestro Guerrino Lago e la supervisione del parroco del suo paese don Giovanni Turcato, decise di organizzare una piccola banda e coordinare alcune operazioni di salvataggio di ex militari ricercati nella zona per essere deportati. Promosse anche un’irruzione contro la caserma della Gdf di Castelfranco Veneto per asportare armi e munizioni. Raggiunto da una serie di ufficiali sbandati, come il tenente Gino Sartor, Sandro Pasqualetto, Ottorino Bressan e Mino Nuvoletto, si impegnò per mettere in piedi una formazione che, nella loro intenzione, doveva avere un carattere prettamente militare e operare nelle zone di Poggiana, Riese, Loria, Bessica e Roman.

Assunto il nome di battaglia di «Masaccio», dovette presto abbandonare la banda per recarsi a Verona dove gli era stata assegnata una cattedra in un liceo della città. Durante questo periodo, comunque, prese immediatamente contatti con gli ambienti antifascisti e si spese a lungo per cercare finanziamenti per le formazioni che operavano nella Resistenza veneta attraverso i buoni del prestito del Cln. Il rapporto più intenso fu, però, quello intessuto con il parroco di Loria don Giuseppe Menegon, con il quale ebbe modo di riflettere a più riprese sulla situazione che si andava dipanando nel contesto politico successivo alla firma dell’armistizio e che al termine della guerra ricordò: «Sia quando le cose andavano favorevolmente, che quando andavano storte, non passava sera che Masaccio non passasse da me, in Canonica, nelle ore più disparate, per incontrarmi. Mi diceva “abbiamo intenzione di intraprendere quest’azione, di fare quel sabotaggio”». Sul profilo partigiano di V. l’ecclesiastico ebbe modo di delineare alcune caratteristiche: «Sebbene conoscessi quali fossero i suoi principi; sapendo che nella lotta clandestina potevano introdursi alcune persone mancanti di certi principi morali, gli dissi subito: “non so se tu accetti questo principio, che è anche cristiano: non commettere stragi, non ammazzare se non per legittima difesa”. Questa mia iniziale affermazione lo trovò totalmente consenziente. Era l’affermazione non di una cosa imposta, ma di una cosa che sentiva profondamente».

Nella prima fase di organizzazione della Resistenza molto profonda fu la sua opera per la propaganda contraria ai diversi bandi di reclutamento emessi dal ministero della Guerra per infoltire le fila dell’esercito della Rsi. Dopo aver contribuito alla redazione e all’affissione di manifesti e fogli volanti, dall’aprile 1944 V. fu nel gruppo che decise di stampare, a ciclostile, un agile giornale che vide la luce con il nome de «Il Castellano» nella canonica della parrocchia di Campigo, con la fondamentale complicità del parroco don Carlo Davanzo.

Visto il sempre più attivo impegno nell’opposizione all’occupante nazifascista, «Masaccio» a metà maggio del 1944 abbandonò la cattedra veronese e fu tra i protagonisti del raggruppamento di tutte le bande operanti a Castelfranco Veneto in un’unica formazione che assunse il nome di battaglione Mazzini. Nel primo ordine del giorno, firmato da V., venne specificato che sarebbero stati accettati «elementi di tutti i partiti, fraternamente legati da un comune ideale» e, inoltre, si sottolineò il carattere democratico della guida della nuova entità visto che «tutti i comandanti [sarebbero stati] scelti dagli stessi organizzati». Una delle caratteristiche più ricorrenti nella brigata fu senza dubbio la ricerca di membri dalla comprovata onestà e il rispetto delle popolazioni dei territori nei quali si operava. Nel terzo ordine del giorno lo stesso V. volle specificare come «nelle nostre fila non devono esserci disonesti, farabutti, ladri e delinquenti, ma solo elementi di sicura coscienza morale». Ecco perché, quando si accorgeva di movimenti poco corretti dei suoi uomini, egli si impegnava in prima persona nella ricerca di prove e testimonianze contro gli imputati per poterli assicurare alla giustizia dei tribunali ordinari alla fine della guerra. Non a caso, alla sua morte, vicino alla salma venne recuperata della documentazione che si riferiva a un procedimento contro tre suoi partigiani che si erano macchiati di furto a civili.

Altro campo nel quale fu particolarmente attivo fu quello della giustizia nei rapporti professionali tra lavoratori dipendenti e i possidenti terrieri o i responsabili delle aziende attive nella zona. Secondo V., infatti, non era necessario tentare solamente di «liberare la Patria dall’oppressione tedesca e fascista, ridandole onore e dignità di Nazione libera», ma soprattutto battersi per realizzare una «effettiva giustizia sociale secondo le giuste esigenze rivoluzionarie del popolo». Oltre a questo, ovviamente, non mancarono le operazioni militari. Nel giugno del 1944, infatti, ricevette il primo aviolancio dalle forze alleate e con quanto ottenuto vennero intraprese azioni sempre più audaci. Dopo il sabotaggio della linea ferroviaria di Castelfranco-Montebelluna e di quella Castelfranco-Bassano del Grappa, i reparti della brigata Mazzini vennero impegnati in scontri in campo aperto contro forze nazifasciste. All’ingrossarsi delle fila della formazione, V. venne raggiunto dalle pressioni del Cln provinciale di Torino affinché accettasse di far entrare il gruppo nella sua giurisdizione, ma egli decise comunque di preservare la propria autonomia. Il 17 settembre 1944, anzi, entrò nelle dipendenze del Comando unico del Grappa che si era da poco costituito, affermando nel quarto ordine del giorno che il battaglione andava ancora considerato autonomo visto che «non dipende da alcuna brigata, ma esclusivamente dal Comando unico del Grappa e dalla missione alleata»; assegnando ai suoi uomini «uno speciale distintivo tricolore ed un tesserino di riconoscimento».

Nel periodo successivo a una vastissima operazione di rastrellamento condotta dalle forze nazifasciste provenienti da Bassano del Grappa, che portò peraltro alla perquisizione dell’abitazione di V. e al successivo arresto della sorella Giovanna, sempre più intense si fecero le azioni di sabotaggio, in particolar modo quelle che portarono alla sospensione della tratta ferroviaria Venezia-Trento. Nonostante questi parziali successi, l’attività partigiana della zona ebbe un duro colpo dai movimenti delle truppe tedesche e fasciste, che costrinsero peraltro i capi superstiti del battaglione «Mazzini», del «Pellico» e della brigata «Italia libera» a una profonda ridefinizione dei reparti. Fu così che, unendosi, le diverse compagini diedero vita alla brigata Martiri del Grappa che, nel suo nome, voleva ricordare «con commosso ricordo i caduti barbaramente martirizzati ai piedi del massiccio». Il comando venne affidato al caporale Riva, mentre V. rimase responsabile del proprio battaglione fino a quando, sopraggiunta l’esigenza di sostituire il vertice, venne nominato alla testa del gruppo.

A questa continua opera di guerriglia e sabotaggio, V. fece sempre corrispondere una fervente attività di propaganda tra la popolazione, non solo scrivendo e diffondendo manifesti e volantini, ma anche impegnandosi nella redazione di giornali clandestini come la «Gazzetta pedemontana» e la «Gazzetta del patriota». L’interesse a preservare, per quanto possibile, l’incolumità della gente dei luoghi in cui stazionavano venne ribadita a più riprese da «Masaccio» che, addirittura, nel febbraio del 1945, al fine di salvaguardare Bassano del Grappa dall’occupazione in forze dei reparti tedeschi, che minacciarono anche un bombardamento di artiglieria, decise di far saltare il Ponte di Bassano, su una delle arterie principali per l’ingresso in città.

Nei giorni dell’insurrezione generale, quando il trevigiano era già in larga parte in mano alle formazioni partigiane, egli volle liberare il territorio di Loria intimando personalmente la resa al reparto tedesco che si trovava di stanza nella guarnigione nella quale i militi si erano asserragliati per tentare una disperata difesa. Mentre era impegnato in questo tentativo, però, V. venne colpito da una raffica di mitra sparata alle spalle da alcuni soldati che avevano aggirato il suo battaglione per provare ad allentare la pressione sul caposaldo.

L’8 febbraio del 1948 l’Università degli studi di Padova riconobbe alla memoria di V. il diploma di perfezionamento honoris causa in storia dell’arte. In ricordo del suo sacrificio, inoltre, venne decretata la medaglia d’oro al valor militare con la qualifica di partigiano combattente con la seguente motivazione: «Fin dall’inizio del movimento cospirativo, organizzò le formazioni armate, trascinando con l’esempio, con l’entusiasmo e con l’ardimento le squadre dei giovani da lui inquadrate. Comandante di Brigata, partecipò alle più ardite azioni di lotta e di sabotaggio e la sua audacia non conobbe ostacoli, né pericoli. A poche ore dalla liberazione, mentre intimava la resa ad un forte gruppo di tedeschi asserragliati, cadde colpito a morte, chiudendo da eroe la sua adamantina vita dedicata al luminoso ideale della Patria libera. Il suo nome, consacrato dal sacrificio, è assurto a simbolo della zona del Grappa. Loria, 29 aprile 1945».

Onorificenze

Fin dall’inizio del movimento cospirativo, organizzò le formazioni armate, trascinando con l’esempio, con l’entusiasmo e con l’ardimento le squadre dei giovani da lui inquadrate. Comandante di Brigata, partecipò alle più ardite azioni di lotta e di sabotaggio e la sua audacia non conobbe ostacoli, né pericoli. A poche ore dalla liberazione, mentre intimava la resa ad un forte gruppo di tedeschi asserragliati, cadde colpito a morte, chiudendo da eroe la sua adamantina vita dedicata al luminoso ideale della Patria libera. Il suo nome, consacrato dal sacrificio, è assurto a simbolo della zona del Grappa. Loria, 29 aprile 1945.

Fonti e bibliografia

  • Istresco, Archivio Masaccio.
  • Casrec, b. 41, fasc. Visentin; b. 42, fasc. Rapporti Mazzini col Grappa; b. 44.; b. 46, fasc. Rapporti Bill-Masaccio; b. 47; b. 196.
  • Aupa, Fascicoli personali degli studenti, Facoltà di Lettere e filosofia, mat. 19/2.
  • Gianfranco Corletto, Masaccio e la Resistenza tra il Brenta e il Piave, Neri Pozza, Vicenza 1965.
  • Flavio Trentin, Primo Visentin: Masaccio, Comune di Riese, Riese Pio X 2004.
  • Italo Facchinello, Il comandante Masaccio: storia di un uomo, Ed. del Noce, Camposampiero (Pd) 2013.

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