Zanzucchi Danilo

Immagine: Archivio famiglia Zanzucchi
Immagine: Archivio famiglia Zanzucchi
Nome: Danilo
Cognome: Zanzucchi
Nome di battaglia: Moneta
Luogo di nascita: Torrile
Provincia/stato: Parma
Data di nascita: 11/08/1920
Ramo di Azione cattolica:
Partito politico:

Sommario

Note biografiche

Danilo Zanzucchi nacque a Parma nel 1920, primo di sette fratelli, frequentando fin da giovane l’Azione cattolica, nella parrocchia di San Vitale a Parma. Durante gli studi universitari a Milano, partecipò anche alla vita della Fuci.

Chiamato alle armi nell’agosto del 1942 a Palermo, passò alla Scuola allievi ufficiali a Pavia nel 1943, per poi venire nominato sottotenente a Santa Maria di Capua Vetere nel settembre 1943 e di lì a Benevento dove arrivò quando «la città era stata appena bombardata». Sul suo diario lasciò testimonianza dei difficili momenti trascorsi durante quelle giornate: «Subito il primo sgancio, lacerante. Un tuffo al cuore. Sono corso lungo il muro, ho scavalcato la finestra e ho visto il secondo sgancio, sulla ferrovia. Mi sono acquattato a terra contro il muro e ho sentito lo sgancio sulla strada. Chino, con le mani sul collo, ho visto una bomba dietro la masseria in cima alla collina. Bombardavano proprio il campo dove eravamo noi, con bombe a grappolo. “Signore, aiutami!”, ho detto. Ricordo di aver recitato una preghiera alla Madonna: “Se mi salvi sarò tuo”, perché ho visto una bomba venirmi addosso, luccicante».

Scampato al bombardamento, vide sbandarsi il suo reparto e decise di tornare a Parma per ricongiungersi con la sua famiglia. «La guerra è così finita», scrisse in una sua testimonianza, «ci siamo vestiti in borghese, e con un mio sergente, che si chiamava Pietro, siamo andati a casa sua a San Marco dei Cavoti». Fu in questa destinazione che fu raggiunto dalla notizia che «Mussolini era stato liberato, preso e portato al Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi». Questa traumatica esperienza gli fece rivalutare l’esperienza bellica che, considerati gli eventi, nelle sue riflessioni gli appariva ormai come un’inutile strage di giovani vite: «Questo aprile, parlando con il mio amico Roberto Zappelloni di Roma, ufficiale insieme a me, mi sono meravigliato quando mi diceva di non commettere pazzie in caso di combattimenti. Ora che ho scampato la vita dai bombardamenti di Benevento, che ho visto la fine ignominiosa del fascismo e la guerra persa, gli do ragione. Ho dei valori più giusti da sostenere. La famiglia. È brutto e terribile dover dare la vita per un’inutile strage quando prezioso dono è solo la vita. Io sento che da questo periodo nascerà un Danilo più cosciente».

Ritornato fortunosamente a Parma dopo un viaggio su un carro bestiame, Z. rimane nascosto fino a novembre quando, raggiunto da un bando di reclutamento rivolto a tutti gli ufficiali, gli venne imposto di presentarsi in caserma per riprendere servizio. Per evitare il suo arruolamento nel nuovo esercito della Rsi, però, intervenne l’amico Bruno Rampini, già presidente dell’Azione cattolica a San Vitale, che si recò al locale comando tedesco per «dire che ero necessario alla sua impresa che aveva stipulato un contratto di lavoro per conto dei tedeschi» per preparare dei campi per mezzi militari e delle piste per aerei. In realtà, sfruttando la copertura assicuratagli da questo accordo, Rampini si spese a lungo in favore del Comitato di liberazione locale e, fingendo di lavorare nella sua impresa, lo stesso Z. si avvicinò al Cln di Parma, divenendone il segretario.

Fallito un iniziale tentativo di inserirsi tra le fila dei reparti della brigata partigiana Julia, infatti, Z. fu avvicinato proprio da Rampini, divenuto nel frattempo segretario della Dc di Parma, per sondare la sua disponibilità a far parte del Comitato di liberazione, che aveva sede provvisoria nell’Abbazia di San Giovanni, ospitato da padre Paolino Beltrame Quattrocchi. Assicuratasi una copertura presso l’impresa Boni, che prestava servizio per l’organizzazione Todt, Z. assunse il nome di battaglia di «Moneta» e fu particolarmente attivo nell’organizzazione e nel coordinamento degli aiuti da portare ai partigiani che operavano in montagna sull’Appennino e, soprattutto, nell’assicurare contatti sicuri con il Cln di Milano. Egli stesso diede conto delle sue attività: «Come segretario ero incaricato di tenere tutti i documenti. […] Per prudenza, alla sera, prima di uscire, mettevo le cose più segrete in una grossa stufa; aprivo lo sportello, rivestito di amianto, e nell’intercapedine tra la parete di ferro e l’amianto sistemavo le cose più delicate: gli elenchi soprattutto». E ancora: «tenevo l’archivio delle notizie che arrivavano dalla montagna». Sempre più impegnato nella Resistenza, tanto che anche le due sorelle Marisa e Camilla si prodigarono su sua richiesta per confezionare giacche rivestite di pelle per i partigiani in montagna, Z. venne ben presto messo sotto osservazione dagli apparati di polizia del regime.

Nei duri scontri che seguirono l’annuncio dell’insurrezione generale, mentre si moltiplicavano i combattimenti in città tra i tedeschi in fuga e le forze partigiane e angloamericane, una pattuglia tedesca raggiunse l’abitazione della famiglia Zanzucchi e catturò la sorella di Z., Camilla. Messa davanti al muro e minacciata di fucilazione, la ragazza venne salvata dal pronto intervento del fratello che, postosi al suo posto, sfruttò la conoscenza della lingua tedesca per spiegare che la sua era una famiglia pacifica, che non aveva mai creato problemi, sparato contro nessuno e, anzi, qualche giorno prima si era impegnata a sfamare e vestire alcuni soldati tedeschi.

Al termine della battaglia che coinvolse la zona di Pizzolese, Z. si recò a casa del parroco per aiutarlo a soccorrere i numerosi feriti tedeschi: «Su un divano giaceva in effetti un soldato con il ventre squarciato da una granata, e ormai la ferita era purulenta. “Questo muore”, mi sono detto. Gli ho chiesto di dov’era. Veniva da Lipsia, aveva cinque figlioli, non sapeva più niente della sua famiglia, la sua casa era stata distrutta. Gli ho detto se mi dava il portafogli, perché volevo l’indirizzo di casa sua. Mi ha guardato con uno sguardo atterrito, gli ho detto allora che avrei pregato Gesù che lo aiutasse. Gli abbiamo praticato un’iniezione di canfora. C’era poi un soldato austriaco nella saletta da pranzo, buttato per terra, con le gambe spezzate, era di Vienna. Anche a lui abbiamo praticato delle iniezioni di canfora. E nella canonica un terzo giovane era ferito. Abbiamo poi saputo che nella notte lì era morto un altro soldato con il ventre squarciato. Questi aveva chiesto al priore di Pizzolese di confessarsi; questi l’aveva benedetto, ma il moribondo non aveva potuto ricevere la comunione. Era morto nella notte». Interessante anche la testimonianza che Z. diede delle giornate successive alla liberazione della città emiliana: «Ricordo che il 1° maggio c’è stata una grande sfilata delle truppe partigiane per Parma; in un palco, sotto il palazzo del Comune, c’erano il comandante militare dei partigiani, il vescovo mons. Colli, poi il sindaco comunista Mario Bocchi, ed altri capi partigiani. Sfilavano questi 7 mila partigiani, o aggregati dell’ultimo momento, tra loro c’era un uomo disgraziato, zoppo, una figura comica, che si era messo la divisa di partigiano e sfilava con il fucile, uno che certamente non aveva mai fatto il partigiano. Dopo qualche giorno, il 5 maggio, siamo andati in città e siccome io portavo una cravatta nera per la morte recente del nonno, mi ha fermato un partigiano: “Ehi, tu, sei fascista?”. “Ma no, è morto mio nonno”. Me la sono cavata». Circa il difficile rapporto che in quei giorni si aveva con gli ex fascisti, aggiunse: «Un giorno vidi passare dei prigionieri di guerra fascisti, tra cui un mio compagno di università, ufficiale dell’esercito di Mussolini, tutto pieno di sangue. L’ho salutato».

Inseritosi tra le fila dei gruppi giovanili della Democrazia cristiana, ne divenne uno dei responsabili provinciali, insieme a Carlo Buzzi e Gino Trombi, e si impegnò fin da subito per trovare una sede adeguata al gruppo costituito, individuandola nella vecchia sede delle ausiliarie fasciste. Nel corso di maggio organizzarono nell’Abbazia di San Giovanni un centro per i reduci che tornavano dalla Germania dove, nel corso del tempo, raccolsero diecimila persone, operando in stretta «collaborazione con la Poa (Pontificia opera di assistenza). Si dava loro da mangiare, si è organizzato un primo servizio medico, abbiamo fatto un grosso lavoro». Visto questo suo costante impegno negli ambienti giovanili della Dc, venne anche designato per entrare a far parte del Fronte della gioventù, che all’epoca riuniva rappresentanti di tutti i partiti.

Dopo la guerra Z. riprese gli studi, laureandosi in Ingegneria civile al Politecnico di Milano nel 1949.

Nel 1950, nel capoluogo lombardo, incontrò il Movimento dei Focolari, nato pochi anni prima a Trento, tramite Ginetta Calliari, una delle prime compagne di Chiara Lubich.

Nel dicembre 1952 conobbe Anna Maria Gennaro, nata a Padova nel 1929, che era farmacista, e con la quale l’anno successivo si sposò, stabilendosi a Parma. Nel tempo i due ebbero 5 figli. Nella spiritualità dell’unità i due coniugi avvertirono la chiamata ad «un’unica vocazione, quella dell’amore, cioè ad essere sempre nella disposizione di amare Dio e il prossimo che ci passa accanto». Entrambi diventarono focolarini sposati.

Z. svolse il suo lavoro nel campo dell’edilizia a Milano e a Parma, venendo peraltro  nominato consigliere per l’edilizia nel comune della città emiliana. Dal 1956 al 1959 fu presidente degli Uomini di Azione cattolica della diocesi di Parma. Alla fine del 1959 i due si trasferirono a Roma per essere a disposizione del Movimento dei Focolari. Nel 1967 Chiara Lubich fondò la diramazione “Famiglie nuove” con l’obiettivo di valorizzare la famiglia e di riportare al centro di quest’istituzione l’impegno di amarsi a vicenda. Trasferitisi a Grottaferrata, Anna Maria e Danilo furono i responsabili fino al 2008 di questa realtà, che arrivò a coinvolgere 800.000 membri, ispirando ancora oggi persone e nuclei familiari in tutto il mondo.

I coniugi Z. sono stati tra le prime famiglie a collaborare per dar vita, su desiderio di Giovanni Paolo II, al Pontificio Consiglio per la famiglia, inizialmente strutturato nella forma di un comitato, di cui sono stati consultori fino al 2000.

Fonti e bibliografia

  • Anna Maria e Danilo Zanzucchi, Vi conosco, Città nuova, Roma 2009.
  • Anna Maria e Danilo Zanzucchi, In attesa d’incontrarci, Città nuova, Roma 2020.

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